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L'editoriale di TerzaRepubblica

Facciamo sul serio, please

Renzi corre il pericolo di diventare l’imitazione di Berlusconi

22 marzo 2014

Non c’è solo il “Renzusconi”, di cui ci racconta il gossip politico, fatto di accordi segreti e “innamoramenti” tra il giovane presidente del Consiglio e l’anziano ex inquilino di palazzo Chigi. C’è – o, per esser prudenti, ci potrebbe essere – una somiglianza tra Renzi e Berlusconi in negativo, per via di atteggiamenti politici non dissimili, di cui cercheremo di dirvi fra poco. Ma a leggere Ernesto Galli della Loggia, c’è anche un’Italia divisa in due su Renzi così come su Berlusconi, seppure in modo decisamente più soft, e per motivi e con confini diversi. Insomma, secondo questa lettura delle cose, siamo condannati perpetuamente al bipolarismo basato sulla divaricazione dei giudizi (ma soprattutto, degli umori) intorno ad una persona, e poco importa che si chiami Berlusconi o Renzi, un po’ perché i due in fondo si assomigliano più di quanto non si creda (e si piacciono reciprocamente più di quanto non dicano), e un po’ perché l’Italia è (sarebbe) fatta così dai tempi dei guelfi e dei ghibellini.

Ora, Galli della Loggia dice il vero quando afferma che la consolidata rappresentazione della nostra realtà sociale, su cui la politica ha campato per decenni, come divisa tra Destra e Sinistra, è sempre stata un bluff. E dice la verità pure quando sostiene che per descrivere la società occorre, invece, usare le categorie dei “protetti” e dei “non protetti” – poi, aggiungiamo noi, ulteriormente articolabili in diverse sottocategorie, tanto che spesso nei singoli e ancor più nei nuclei famigliari albergano entrambe le specie – schema che però non trova conseguente rappresentanza politica. Ma è il passaggio successivo che non convince. Perché secondo il professore editorialista del Corriere della Sera, oggi l’Italia sarebbe politicamente divisa tra renziani e anti-renziani così come ieri lo era tra berlusconiani e anti-berlusconiani, con la sola differenza dei decibel – in questo caso decisamente inferiori – usati per manifestare questa contrapposizione. Al contrario, TerzaRepubblica pensa invece che la stragrande maggioranza degli italiani guardi con simpatia, se non con convinto favore, all’annunciata “rivoluzione” di Renzi. Tanto da non aver dato peso al fatto che egli abbia messo in campo un “governo Erasmus” (nel senso che molti ministri stanno facendo scuola in terra sconosciuta) e da perdonargli pose, gestualità e linguaggi un po’ guasconi, quando non addirittura applaudirlo per la sua irriverenza. E anche chi dubita o gli è decisamente avverso, coltiva la speranza che ce la faccia, perché altrimenti “chissà dove andremmo a finire”. Galli della Loggia dice però: contro di lui c’è l’Italia dei protetti, gente che teme che la rivoluzione la faccia sul serio e metta in mora privilegi e posizioni consolidate. Può darsi che qualcuno si sia spaventato, ma finora tra Irpef ridotta, Irap comunque un po’ scalfita e annunci che le pensioni non si toccano, è proprio il grande popolo dei più tutelati (lavoratori dipendenti, pensionati, imprenditori) a essere il beneficiario della sua manovra, di contro ai non e ai meno tutelati (disoccupati, lavoratori autonomi).

Semmai, il vero tema è: l’esordio di Renzi conforta o riduce questa diffusa speranza che lui ce la faccia? Qui sì che l’Italia comincia dividersi, e non sulla base degli interessi ma della rappresentazione mediatica che viene data all’azione del governo. Quanto effetto annuncio c’è nella manovra che è stata presentata ma non si è per nulla tradotta in provvedimenti di legge? Quei 20 miliardi di cui si parla molto nel merito, esistono o sono solo una rappresentazione virtuale di ciò che si vorrebbe fare? Gran parte di quelle risorse dovrebbero essere rivenienti da un allentamento dei vincoli europei: siamo sicuri che i nostri interlocutori, a cominciare da Merkel e Barroso, ci abbiamo detto “prego, fate pure”? E se, come è intuibile anche da uno studente non particolarmente sveglio, ci hanno detto invece “non se ne parla nemmeno”, abbiamo forza, coraggio e capacità per mandarli a quel Paese? Perché è stato raccontato agli italiani che il tema è se possiamo concederci di attestarci al 3% del deficit-pil, essendo ora (forse) al 2,6%, e con ciò recuperare 5-6 miliardi, quando è scritto per tabula che dobbiamo rispettare il fiscal compact e che per farlo dobbiamo trovare 50 miliardi o tagliando le spese o aumentando le tasse? La verità è che anche Renzi, come Berlusconi, ama annunciare ciò che si presume la gran parte degli elettori ami sentirsi raccontare, senza troppo badare e all’attuabilità di quei provvedimenti e alla loro effettiva utilità – che, come ha scritto mirabilmente Luca Ricolfi sulla Stampa, di solito è inversamente proporzionale alla loro “vendibilità” mediatica – mentre scarsa attenzione viene data a ciò che non tocca le corde dell’emotività ma sarebbe invece attuabile e utile. Già, proprio questa rischia di essere la vera somiglianza tra Renzi e Berlusconi. Ma l’attuale presidente del Consiglio deve sapere che proprio perché un imbonitore c’è già stato e del suo passaggio si sono pagate le conseguenze, tanto gli italiani quanto gli interlocutori stranieri non daranno più credito, o comunque non a lungo, a chi dovesse assomigliargli.

Per questo, il coraggio e la velocità – che indubbiamente ci sono – Renzi li deve mettere al servizio di grande progetto di trasformazione del Paese, un piano serio e di medio termine, basato su riforme strutturali (anche quelle che non suscitano emozioni) e non su demagogici provvedimenti tipo il taglio delle auto blu o il blocco degli stipendi ai manager pubblici (che parlano alla pancia dell’Italia provata dalla crisi ma diffondono il pernicioso principio del “mal comune mezzo gaudio”). Un progetto che, sul fronte economico, metta in moto un gigantesco processo di valorizzazione del patrimonio pubblico – l’unico mezzo che abbiamo per abbattere il debito e trovare risorse per gli investimenti produttivi – e su quello istituzionale (legge elettorale, bicameralismo, titolo V, ecc.) aggiri le (inevitabili) resistenze parlamentari convocando un’Assemblea Costituente. Queste sì che sarebbe iniziative davvero rivoluzionarie. E che renderebbero la storia di Renzi davvero diversa da quella del (ex) Cavaliere. Attendiamo fiduciosi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario