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Public Policy

Cogliamo l’occasione della crisi

Facciamo ripartire l’Italia

Favoriamo l’allocazione di manodopera e competenze laddove sono più produttive

di Davide Giacalone - 22 gennaio 2009

Un meno due per cento, quindi un arretramento del prodotto interno, può, effettivamente, non essere un dramma, specie se messo a paragone con le previsioni che riguardano altri Paesi. Il problema è quello di non far la parte di quel carrettiere investito da un’auto di lusso, da cui scende un ricco signore che, armato di pistola, da il colpo di grazia al somarello ferito, per pietà, e finisce anche il cane, per compassione, talché il nostro carrettiere, sanguinante e sfracellato, si alza e proclama: che culo, non mi sono fatto niente.

La crisi, che ancora attende i consumatori, sarà significativa, ma anche l’occasione per fare quello che, altrimenti, non sarebbe stato possibile. Un esempio di cronaca economica ci aiuta a capire. La Fiat annuncia la firma di un protocollo che potrebbe portare all’acquisizione del 35% di Chrysler, con opzione per salire fino alla maggioranza. La Borsa ha festeggiato per poche ore, poi ha scelto la diffidenza, mentre sui giornali il giubilo continua. Ma non è questo il punto. Se Fiat si espanderà all’estero sarà una buona cosa, ma è anche vero che negli Usa Chrysler conta già su quattro miliardi di dollari di aiuti pubblici, ed Obama ne promette altri a patto che si producano nuovi modelli. Che sarebbe il succo dell’accordo con gli italiani. La posta, quindi, sono i soldi pubblici. Fiat, del resto, ne riceve in Italia sotto forma di cassa integrazione, con cui si finanzia la necessità di alleggerire i costi del personale.

Mi pare, insomma, ci sia più di un motivo per riflettere sull’effetto distorcente dei soldi statali, con il di più che chi faticherebbe in Italia, se non ci fossero, grazie a quelli si mette nella migliore condizione per incassarne anche altri, all’estero. Quegli aiuti, insomma, sono indirizzati ai lavoratori, ma sostengono le aziende. Dato che contengono un’ingiustizia, perché non riguardano tutti i lavoratori, destiniamoli ai disoccupati, al tempo stesso aiutandoli a trovare altro lavoro e, quindi, favorendo l’allocazione di manodopera e competenze laddove sono più produttive, senza parcheggi d’attesa. Si dirà: ma così si danneggiano le aziende. E’ vero il contrario: si favoriscono quelle che hanno una maggiore e meno dipendente speranza di futuro. Questo è il compito della politica, per far ripartire l’Italia.

Pubblicato su Libero di giovedì 22 gennaio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario