ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Evitiamo gli arbitraggi regolamentari

Ritorna la questione fiscal-bancaria?

Evitiamo gli arbitraggi regolamentari

Sono le sedi internazionali quelle maggiormente idonee ad avviare la decisione di provvedimenti della specie

di Angelo De Mattia - 09 aprile 2010

Si riapre la questione fiscal-bancaria? A fasi alterne ritorna l’idea di una sorta di Robin tax sulle banche. Ora è la volta della Germania, che ne sta promuovendo l’istituzione con lo scopo di creare un fondo per gli interventi di salvataggio nei casi di crisi finanziarie comportanti rischi sistemici. Su questo progetto si starebbe determinando una convergenza con Inghilterra e Francia, al di là delle differenze sulla destinazione del gettito dell’imposta, sulle modalità dell’applicazione di quest’ultima e sulla contabilizzazione della relativa entrata.

L’Italia in fatto di Robin tax potrebbe vantare una primogenitura, considerata la sua introduzione proprio nell’imminenza della deflagrazione della tempesta perfetta, con un tempismo alla rovescia, meritevole per questo di passare alla storia, anche perché poi dovettero seguire , all’opposto, provvedimenti di sostegno alle banche attraverso, tra l’altro, la previsione dei Tremonti bond. Ciò nonostante , sembra quasi che si stia discutendo di materia oggi fuori dagli interessi del Governo ( per una posizione favorevole o contraria ). Della maggioranza finora ha scritto solo l’ex Ministro Antonio Martino che, intervenendo ieri su “ Il Foglio”, brillantemente e con sottile humour , ha sottolineato come le banche, in verità, non paghino le tasse, ma siano altri a ottemperarvi ( la clientela, gli azionisti, i depositanti, i dipendenti, etc.) attraverso una forma quasi di traslazione. Seguendo questo ragionamento che ha un suo rigore, non è mai la banca a pagare.

Ha poi soggiunto, Martino, che un fondo come sopra citato stimolerebbe l’azzardo morale degli istituti di credito e che, in ogni caso, inasprimenti fiscali, ora che le economie si stanno faticosamente riprendendo, costituirebbero una ricetta sbagliata e dannosa: egli, dunque, si augura che l’Italia si tenga fuori da “questo pasticcio”. Una posizione netta, trasparente e coerente con la visione di Martino che è uno stimato economista. Se, tuttavia, la si portasse alle estreme conseguenze, se ne potrebbe inferire, sempre seguendo la ratio della sottile riflessione di Martino, che serve poco in generale tassare le banche, come ogni persona giuridica, a meno che non sia assolutamente chiaro quale categoria di soggetti, che con gli istituti di credito hanno rapporti, viene in definitiva concretamente incisa.

Qui ,poi, si apre il discorso della concorrenza e della trasparenza bancaria e della conseguente distribuzione degli oneri e dei vantaggi. L’ex Ministro ha, in ogni caso, il merito di pronunciarsi sull’argomento, mentre dal Tesoro non è venuta finora alcuna indicazione. La stessa agenda del summit parigino di venerdì prossimo tra il premier Berlusconi e Sarkozy non contempla un tema del genere. Il fatto è che su queste materie, a poco a poco, si va determinando una sorta di direttorio, all’interno dell’Unione europea, dal quale veniamo esclusi. Eppure si tratta di questioni di interesse generale. In questo periodo, il governo tedesco guarda molto di più all’interno del proprio paese, dove, il 9 maggio, si terranno le assai importanti votazioni della regione Nord Reno – Westfalia; lo stesso si può dire per l’Inghilterra, il cui governo ha fissato la data delle politiche per il prossimo 6 maggio; in Francia sono in corso la critica e l’autocritica dopo le recenti “ regionali”. Il segnale, con una qualche venatura populistica, di incidere sulle banche attraverso le imposte si può riflettere positivamente sull’immagine dei rispettivi governi per ciò che riguarda la distribuzione nella società degli oneri della crisi, considerato anche che diversi banchieri stanno riprendendo la via dei grossi trattamenti retributivi come se niente finora fosse accaduto. Del resto, negli Usa anche il progetto di riforma finanziaria di Obama prevede l’introduzione di una nuova tassa sulle banche.

Il G.20 e il Fondo monetario internazionale non hanno escluso interventi fiscali di questo tipo; anzi, si accingono a esaminare alcune proposte tecniche in materia, in vista delle riunioni di questo mese. In Europa, dove oltre ai Governi sopra indicati, la stessa Commissione sta valutando la praticabilità di una tale imposizione, si ritiene che essa potrebbe dare un gettito complessivo, secondo alcuni, tra i 50 e i 60 miliardi ogni anno. Le ipotesi su dove l’imposta possa incidere – sull’attivo,sui profitti, sui flussi di cassa degli istituti di credito – sono ancora all’esame. Per ognuna di queste possibilità, si potrebbe all’ingrosso valutare chi , alla fin fine, può essere inciso, sotto certe condizioni, che però possono determinarsi nella loro interezza solo in sede teorica.

Si può pensare quel che si vuole di una misura del genere – e non andrebbe affatto esclusa a priori - ma essa non avrebbe senso se non fosse accompagnata da nuove regole, a cominciare da quelle, da tempo elaborate dal Financial Stability Board, in materia di remunerazione dei manager e da norme per la prevenzione e il contrasto delle crisi, in particolare in tema di “too big to fail”, che certamente non si regola solo per via fiscale.

Costituire un fondo di salvataggio con gli apporti delle stesse banche non sembra una idea balzana – esistono diversi fondi di solidarietà - anche perché nei confronti del moral hazard si potrà e si dovrà intervenire per via normativa con tutte le misure che sono state messe a punto dal suddetto Board della Stabilità.

Insomma, le misure fiscali non sono certo sostitutive di quelle normative. In più, bisognerà evitare i possibili arbitraggi regolamentari. E, allora, sono le sedi internazionali quelle maggiormente idonee ad avviare, coordinandola, la decisione di provvedimenti della specie, piuttosto che procedere a ranghi sciolti, come sta accadendo, e marcare, ancora una volta, un ruolo passivo dell’Europa a 27.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario