ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Europa svegliati, la partita non è finita

La speculazione rischia di non si fermarsi ad Atene

Europa svegliati, la partita non è finita

Occorre rivisita l’intera casa comune europea e le regole del "condominio dell'euro

di Enrico Cisnetto - 03 maggio 2010

Finalmente. La soluzione in sede europea del “caso Grecia” è arrivata. Con 5 mesi di ritardo – la prima volta che se ne è parlato a Bruxelles risale ai primi di dicembre dell’anno scorso – e ci costa dieci volte tanto quello che avremmo sborsato se il problema fosse stato affrontato subito, e tre volte tanto se ci fossimo risparmiati le ultime due settimane di tira e molla, ma è arrivata.

A fronte di un pacchetto di misure di austerità da 30 miliardi in tre anni varato da Atene e l’impegno del governo Papandreou a fare anche di più se fosse necessario, nonostante il paese ellenico sia nel pieno di una rivolta sociale, ieri i ministri dell’Eurogruppo hanno concesso un prestito congiunto con il Fondo Monetario di 110 miliardi, di cui 45 subito, per due terzi a carico dei paesi del club dell’euro (5,5 l’Italia) e per un terzo erogato dall’Fmi. Vedremo fin da stamattina se sui mercati la speculazione prenderà atto che continuare la pressione sui titoli di stato greci è inutile – ricordiamo che finora non si è fermata davanti a niente – ma se così sarà, come è molto probabile, non illudiamoci che la questione si chiuda qui. E non solo perché è tutto da dimostrare che la Grecia riesca a tener fermi gli impegni, considerato che a fronte del risanamento della finanza pubblica si porta dietro il non meno assillante problema della recessione, visto che sarà l’unico paese europeo a chiudere anche il 2010 con il segno meno (prevede di perdere 4 punti di pil).

No, la vera questione è un’altra: se abbandonerà la preda Grecia, cosa farà la speculazione? Potremmo pensare che la partita finisca qui solo se dovessimo davvero credere che la posta in palio di questa partita fosse la Grecia. Invece, è ragionevole immaginare che fosse, e che tuttora sia, l’euro. E quindi Eurolandia. Già, come si può credere che il vero tema sia un paese di 11 milioni di abitanti che nel 2009 ha prodotto una ricchezza nazionale di 235 miliardi, pari al 2% del totale dell’Unione e poco più del 2,5% dell’eurozona, che ha un’industria manifatturiera che pesa meno dell’1% in Europa e che pur avendo un debito percentualmente alto sul pil (si avvia verso il 118–120%) comunque ammonta a 250 miliardi, una bazzecola rispetto ai debiti sovrani che ci sono in giro per il mondo?

Ma se l’obiettivo è l’euro, e se ciò che viene misurato dai mercati – nelle cui mani stanno le sorti dei debiti sovrani perché ne valutano il rischio ogni momento – è la capacità di tenuta solidale dell’eurosistema, è ragionevole pensare che dopo aver attaccato la Grecia brandendo l’arma impropria dei rating (naturalmente essendocene i presupposti), ora la speculazione si diriga su altri paesi.

Quali? Quelli che hanno un deficit corrente elevato e maggiore fragilità sono Portogallo e Irlanda, ma non è detto che i denti aguzzi della speculazione non tentino di azzannare anche i paesi più grandi, e quindi maggiormente in grado di mandare in tilt il sistema. D’altra parte, se di fronte all’attacco alla Grecia, l’Europa ha risposto tardivamente e mostrando clamorose divisioni tra le diverse cancellerie e perfino dentro il paese più solido, la Germania, la Bce non è mai stata in partita e lo stesso impianto della moneta unica ha mostrato vistose crepe, perché la storia dovrebbe finire qui?

E siccome prevenire è meglio che curare, sarà bene che i sedici dell’eurogruppo si facciano un esame di coscienza. Perché è chiaro che le regole scritte a Maastricht per regolare la vita del “condominio dell’euro” si sono rivelate insufficienti (per la verità per chi scrive e per quegli europreoccupati o euroscettici che negli anni Novanta furono spregiativamente definiti eurodisfattisti, i limiti erano chiari fin dall’inizio), visto che non era stato neppure previsto che un paese potesse andare in default. E perché è evidente che il “patto di stabilità e sviluppo” (la seconda gamba degli obiettivi fu fortemente voluta dagli italiani, Ciampi in primo luogo), non ha per nulla perseguito la crescita economica, né avrebbe potuto farlo assegnando alla Bce, nello statuto fondativo, il solo compito di perseguire la stabilità dei prezzi combattendo l’inflazione – al contrario della Fed americana, che usa la politica monetaria come leva fondamentale per aiutare lo sviluppo – ma soprattutto non essendo supportato da un vero governo centrale.

Insomma, parliamoci chiaro: la vicenda della Grecia mette a nudo i limiti drammatici dell’operazione che dal 1992 in poi ha portato alla moneta unica. Fu un errore grave non dico anticipare, ma almeno accompagnare la nascita dell’euro con un processo d’integrazione politico-istituzionale dei paesi membri del club.

Ed è stato un errore esiziale non farlo dopo – sono passati ben 18 anni – quando si è capito che costruire gli Stati Uniti d’Europa non solo era necessario avendo creato l’euro, ma indispensabile di fronte agli effetti della globalizzazione. Farlo prima della crisi mondiale ci avrebbe risparmiato questi attacchi. Che non a caso sono partiti – e con successo – verso chi, l’Europa, tutto sommato ha meno debito sovrano, specie se calcolato in relazione al patrimonio, di altri player mondiali.

In conclusione, bene abbiamo fatto a fronteggiare la deriva greca. Ma ora non cadiamo nella trappola di credere che la partita sia finita e che, di fronte ad altre situazioni del genere, si debba e si possa rispondere solo mettendo mano al portafoglio. Occorre alzare il tiro, e progettare uno stato federale sul modello Usa – questo sì che è buon federalismo – cui i paesi dell’euro (per gli altri undici dei 27 ci vorrà una fase due) delegano una parte importante dei loro poteri, in modo che la politica economica (industria, fisco, welfare) sia davvero una sola.

Si può prevedere una marcia di avvicinamento, magari tirando fuori dai cassetti la vecchia proposta di Ciampi che mirava a fissare parametri condivisi, aggiuntivi a quelli di bilancio – per esempio, decidere un’eguale età di pensionamento e stabilire i tempi di convergenza – ma certo non dandosi tempi troppo lunghi. Perché ormai una cosa è chiara: o si rivisita l’intera casa comune europea, andando in questa direzione, oppure la speculazione non si fermerà ad Atene.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario