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L’uscita dalla crisi appare sempre più lontana

Europa, l’Unione che non c’è

Sul bilancio il Consiglio europeo non riesce a trovare l’accordo. E l’Italia rischia grosso

di Davide Giacalone - 18 giugno 2005

La riunione dei capi di Stato e di governo, a Bruxelles, approda ad un nulla di fatto. Non preoccupa la proroga del termine per la ratifica della “Costituzione europea”, perché, tanto, quella non è una Costituzione ed il no franco-olandese l’ha già gambizzata. Quella è fuffa, quindi. Più preoccupante lo scontro sul bilancio. E l’Italia dovrebbe stare bene attenta.

La struttura del bilancio dell’Unione non riesce a cambiare: da una parte è asfittica, con risorse misere; dall’altra le spende male, continuando a finanziare il settore agricolo (con la Pac), ovvero i francesi. E’ fastidioso il fatto che il supersconfitto Chirac debba ancora imporre condizioni agli altri, ma, al di là del fastidio, è pericolosissimo che si spendano quattrini per alimentare il protezionismo e la chiusura dei mercati. Se l’Unione ha un senso è proprio quello di portare tutti in direzione opposta.

Questa è una tipicissima materia politica, che in democrazia si risolve votando. Ma in Europa non si può votare, al cittadino non è consentito scegliere un indirizzo per l’Unione, deve accontentarsi di una rappresentanza di secondo grado che, inevitabilmente, esalta la difesa degli interessi di ciascun Paese (o, per meglio dire, gli interessi elettorali di ciascun governante) e, alla fine, consegna un continente senza politica economica, senza politica estera, senza politica. Questo è il guaio dell’euro.

L’Italia non ha rispettato i limiti del deficit, sforando il tetto del 3 per cento sul pil. Berlusconi ha detto che la faccenda non è poi così grave, che Francia e Germania stanno peggio di noi, che s’avvierà una procedura di cui, tutto sommato, ci apprestiamo a fregarcene. Non ha torto, le cose potrebbero anche stare così. Ma vedo un pericolo.

Il disastrato asse franco-tedesco non si dà per vinto e, nonostante l’umiliazione del referendum francese, tenta di riprendere il controllo della situazione. Come fare? Potrebbe cominciare con l’abbracciare una linea rigorista, a presunta e malintesa difesa dell’euro. E’ vero che anche loro hanno lungamente sfondato il tetto del deficit, ma è anche vero che non hanno il drammatico debito italiano. E’ vero che politicamente l’Inghilterra di Blair avrebbe interesse ad aiutarci, ma è anche vero che non può farlo sul terreno della moneta, dove non solo è fuori, ma pratica una virtù finanziaria a noi sconosciuta. Quindi attenti, perché i gallo-tedeschi potrebbero essere tentati di scaricare sulle nostre spalle il peso dei loro fallimenti.

E noi che facciamo, gli spediamo una manifestazione di quelli che, spontaneamente o spintaneamente, sostengono la tonta tesi dell’uscita dall’euro? Sarebbe assai più saggio cominciare a lavorare per dare un colpo drastico al debito. Saremmo più sani e conteremmo di più in Europa.

D’altro sembra appassionarsi il mondo politico, neanche suonando sul vascello in gran tempesta, ma non riuscendo manco ad accordare il violino.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario