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Europa, il problema è politico

L'euro è un capro espiatorio, ma i cittadini si sono espressi anche contro le false promesse

di Antonio Gesualdi - 07 giugno 2005

Un altro appunto sullo stato dell'Europa appare necessario dopo le allucinazioni che hanno colpito molti, da una parte e dall'altra, soprattutto in considerazione degli aspetti economici. Appare chiaro, a meno che non si voglia, ancora una volta, credere o far credere che milioni di francesi e di olandesi e di spagnoli (che non sono andati a votare, che si sono astenuti in massa) non siano che degli emeriti imbecilli. Il popolo che sbaglia non esiste se non nella mente di qualche intellettuale saccente che, magari, milita e ha militato solo in partiti... popolari e di massa.

Dunque se un problema Europa Unita esiste questo riguarda il costume, le tradizioni, le lingue dei diversi Paesi. Non esiste, di fatto, il popolo europeo. E su questo si può discutere quanto si vuole. Così come non esiste una religione europea. Se si vuole fare l'Europa Unita si tratta di un progetto - che può aver successo o può fallire -. E' un atto di volontà, non la presa della consapevolezza di quello che l'Europa è. Forse viene più facile pensare alle difficoltà che potrebbe avere l'idea dell'Africa Unita o l'America Unita o l'India Unita. Perché l'Europa Unita non fa pensare alle stesse, enormi, difficoltà? Semplicemente perché continuiamo a parlarne!

Quanto alle questioni economiche l'euro non c'entra niente. In Spagna, ad esempio, l'arrotondamento della peseta e l'alzata dei prezzi sono stati ancora peggiori di quelli della nostra lira. Il problema, quindi, anche per l'economia, è di contenuti fondamentali. Esiste, nell'Europa come è stata concepita dai burocrati, un mercato interno e un mercato estero? Si può fare una politica monetaria senza una politica di bilancio? Rimpiazzare alla nozione di "concorrenza" la nozione di "cooperazione" tra i mercati significa programmare uno sbocco cooperativistico tipo quello della Jugoslavia di Tito. Il fallimento del socialismo ideale e reale ci dovrebbe aver insegnato che l'economia di mercato e la concorrenza sono meccanismi inderogabili. Il fallimento dei Paesi dell'Est è avvenuto proprio perché in quei Paesi, per oltre cinquant'anni, era stato fermato il meccanismo dell'economia di mercato. I Paesi dell'est Europa oggi sono i più minacciati dalla concorrenza cinese e indiana e il loro "sogno europeo" è radicato proprio in questa paura del ritorno al passato. E sarebbe paradossale aver fatto uscire quei Paesi dalle economie statalizzate per farle ripiombare in un'economia burocratizzata.

Ma tutti i Paesi europei, in questa "unione bastarda" che regola e non regola, tendono a perdere la nozione di economia di mercato e la dinamica fondamentale dei rapporti interno-esterno. Di converso otteniamo una illusione di "troppo Stato o troppa burocrazia" che fa regredire i servizi pubblici, con la scusa di riformarli, (servizi che per definizione sono strettamente legati ai costumi e le tradizioni di una nazione) e rende inefficace qualsiasi politica di welfare. Le ansie sociali e private che tutti questi movimenti comportano sfociano in risultati come quelli dei referendum francese e olandese. A coloro che stanno pagando caro la contro-rivoluzione industriale (piccoli imprenditori, artigiani, negozianti, operai, impiegati, aziende ecc.) non si può chiedere anche di ringraziare.

L'euro è un capro espiatorio, certamente, ma ricordiamo che i capri espiatori finiscono così perché prima hanno fomentato le masse. L'euro non era la moneta che ci avrebbe uniti tutti noi europei e fatti diventare più ricchi?

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