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L'Europa e l'Euro

Europa ed europei

Moneta unica: più svantaggi che vantaggi

di Davide Giacalone - 08 dicembre 2011

L’Europa che si riunisce oggi è molto diversa da quella, retorica e palloccolosa, di tante celebrazioni e discorsi rituali. Si gioca la pelle. Se la salverà lo farà a dispetto dei cittadini europei, in gran parte delusi, se non direttamente avversi. Ciascuno per propri motivi, talora opposti e inconciliabili, a dimostrazione che non ha saputo affermarsi, né nel bene né nel male, come patria comune. Sappiamo esattamente dov’è l’errore, ma difetta la forza di rimediare.

Con le macerie ancora fumanti della seconda guerra mondiale le potenze vincitrici, e prima fra tutti gli Stati Uniti, decisero che non si sarebbe commesso l’errore con il quale si concluse la prima: non si sarebbero ridotti gli sconfitti (fra i quali noi) in miseria, ma il contrario. Germania e Italia furono escluse dall’armamento atomico. La Germania fu sfregiata dalla divisione, poi ricucita grazie al crollo dell’Unione Sovietica, alla copertura europea e alla sicurezza data dalla Nato. L’Italia divenne terra di confine, con il “più grande Partito comunista d’occidente” e una strisciante guerra civile, alimentata dalla guerra fredda. In questo scenario i padri d’Europa immaginarono che l’integrazione economica potesse precedere e propiziare l’integrazione politica. Se vedessero quel che sta succedendo, non ne sarebbero punto orgogliosi.

Si cominciò con la Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, per proseguire con altri mercati in comune. La nascita di quell’Europa era guardata, dai cittadini, con estranea fiducia. Era una cosa buona e giusta, ma lontana. Poi si prese a costruire il Parlamento europeo, figlio delle assemblee parlamentari, e l’embrione del governo europeo, la Commissione. I cittadini guardavano con distratto disinteresse: restava cosa buona e giusta, ma anche sede di vaniloquio ed elefantiasi burocratica. Gli europeisti (fra i quali chi qui scrive) s’affannavano a dire che il bello sarebbe arrivato e che, comunque, quel che c’era non era poco. Venne la stagione del serpente monetario e dell’Ecu, i nonni dell’euro, in un crescendo che avrebbe dato effettività solida all’integrazione economica. La nascita della moneta comune fu salutata con gioia dai nuovi arrivati, provenienti dall’Europa che fu comunista, schiavizzata, immiserita.

Gli altri guardavano con il sopracciglio alzato: gli italiani subivano un cambio che quasi dimezzava il potere d’acquisto, i francesi perdevano un simbolo della grandeur, i tedeschi perdevano il loro marco, ma ci guadagnavano i costi della riunificazione, la ripresa e un mercato interno ricchissimo. Sono loro, i tedeschi, quelli che ci hanno guadagnato di più. Sebbene oggi se ne siano dimenticati. Sarebbe dovuto essere l’apice dell’integrazione economica, dopo la quale sarebbero venuti gli Stati Uniti d’Europa, invece fu l’innesco della tragedia. La moneta senza testa ha scontentato tutti, anche quelli che ci hanno guadagnato. Fra i quali gli italiani, che pure la guardano spesso con avversione. E’ vero, il cambio fu masochista, ma anni di tassi bassi hanno aiutato tanti che hanno sottoscritto mutui e hanno aiutato la collettività a pagare meno l’imponente debito pubblico.

Ma che conta, oggi? Il soldo acefalo non ha resistito un solo minuto quando la speculazione s’è accorta dell’evidenza: avere una sola moneta, ma debiti diversi, venduti a tassi diversi, è una ciclopica cretinata. Capace di distruggere tutto, perché neanche la libera circolazione di persone e cose ha senso ove ciascuno portasse nel sangue di nascita una quota di debito pubblico autoctono e uno svantaggio (o vantaggio) fiscale. Eccoci qui: la via dell’economia per federare la politica non s’è rivelata un vicolo cieco, come gli euroscettici avvertivano, ma un viale in fondo al quale c’è una voragine.

Siccome viaggiamo con il pilota automatico, e dato che le classi politiche europee (con rare eccezioni) sono popolate da esseri minuscoli, abituati ad amministrare la dispensa e non interrogarsi sul mondo, corriamo il serio rischio di finirci dentro. In questo modo partorendo un’Europa di popoli antieuropeisti. Né migliore sarebbe l’Europa che, per restare unita, fosse costretta a ignorare l’opinione degli europei, cittadini democraticamente minorati. Dubito che il Consiglio di oggi si concluda con una soluzione limpida, ma è necessario che qualcuno azioni il freno a mano, prima che i passeggeri si buttino dal finestrino. Dobbiamo tornare indietro e decidere: o ammettiamo d’avere sbagliato, che la moneta unica fu pura presunzione e incompetenza, oppure ne traiamo le conseguenze politiche e ci gettiamo verso la vera federazione, rinunciando a molta della sovranità nazionale. Di tutti, però, non di alcuni.

Quella in corso è una guerra, che in altri tempi si sarebbe combattuta con le armi. Fermarla è l’unico modo per vincerla. Guardo al mio Paese, purtroppo, e mi dispero all’idea che si sia giunti a questo appuntamento con la storia senza nulla che somigli alla grandezza e alla dignità della politica. Né tale è quella dei tromboni europeisteggianti, che hanno passato una vita a battersi contro l’Europa.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario