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Aspettando il voto in Lussemburgo - 2

Europa, come uscire dalla crisi

Prendiamo atto del fallimento dell’Europa dei burocrati. E ripartiamo dall’esempio americano

di Cosimo Dimastrogiovanni - 07 giugno 2005

Fra poco meno di un mese, il 10 luglio, toccherà al Lussemburgo votare il referendum per la ratifica del Trattato costituzionale europeo.

Se anche in Lussemburgo vinceranno i “no” alla Costituzione europea, Jean-Claude Juncker ha dichiarato che si dimetterà da primo ministro. In pratica dopo i due importanti “no” alla ratifica venuti da Francia e Olanda è in corso un terremoto dagli effetti imprevedibili il cui epicentro è proprio nel cuore dell’Europa continentale: Francia, Italia, Germania. Paesi fondatori insomma, ai cui cittadini l’Unione europea pare non piacere molto perché vista più come fonte di minaccia che di opportunità.

In verità quando, nell’ottobre scorso, con grandi squilli di tromba si firmava a Roma la Costituzione europea, qualche europeista, convinto e solitario, ha avvertito, i pericoli di quel testo lungo e complicato, a tratti avvitato su se stesso, che per come era concepito non affrontava i veri grandi problemi dell’Europa: unione politica, integrazione economica, sociale e militare, gli Stati Uniti d’Europa per dirla in breve.

Certo oggi il rischio è che si crei una specie di effetto domino delle decisioni franco-olandesi, per cui c’è sempre un Maroni di turno che propone idee geniali del tipo un referendum italiano per uscire dall’euro, ignorando o dimenticando fra l’altro la ingente riduzione dei tassi di interesse conseguita all’ingresso nella moneta unica ed i benefici tratti da questa riduzione da imprese e famiglie, con mutui e crediti divenuti alla portata di molti, e i notevoli risparmi nel servizio del debito pubblico nazionale che ha scongiurato all’Italia il rischio bancarotta o l’effetto scudo dopo i casi Cirio e Parmalat.

Cito per tutti la dichiarazione di Otmar Issing, economista capo della Bce, giunta da Francoforte: “un eventuale uscita dell'Italia dall'euro sarebbe un suicidio economico”.

Che fare allora?

Se non si può e non si deve tornare indietro, sicuramente non si può far finta di nulla.

Occorre prendere atto che è stata bocciata, e su questo siamo d’accordo, l’idea di un’Europa troppo burocratica, più vicina ai governi che ai cittadini, che impone alle aziende le proprie scelte economiche ma è esente da procedure di responsabilità politica, che è priva di un’anima politica forte, priva anche di una rete di sicurezza sociale per un’ampia fascia di cittadini che si sente minacciata dai cambiamenti in atto e che dovrà divenire invece parte attiva dei processi di modernizzazione.

Dalla consapevolezza di questi guasti occorre ripartire per accelerare e rendere più snello il processo d’integrazione politica.

Guai a rassegnarsi alla non-Europa ovvero all’idea di un’Europa intesa solo come area di libero scambio e della moneta unica, abbandonando, in questo caso sicuramente, al proprio destino le fasce più deboli della società.

I venticinque Stati che compongono l’Ue guardino a quanto accadde oltreoceano alla fine del ’700, quando le tredici ex colonie si riunirono a Filadelfia e si dissero: è vero, ci sono molte differenze tra di noi, ma abbiamo ancora più cose in comune e dunque abbiamo bisogno di un governo federale per esprimerle”.

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