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Andamento distonico rispetto alla crescita

Euroborsa: la mano della politica

Giornata nera per le piazze d’Europa, bruciati in una sola giornata 220 miliardi di euro

di Enrico Cisnetto - 23 maggio 2006

L’ombra insieme suadente e minacciosa di Wall Street si allunga sulle Borse di mezza Europa, e i listini continentali crollano, bruciando in un solo colpo 220 miliardi di euro. Dopo aver macinato guadagni per tutto lo scorso anno, che si sono protratti fino a inizio maggio, i mercati europei per la seconda volta in pochi giorni hanno vissuto una vera e propria “giornata nera”, con perdite tra il 2% e il 4% (Milano 3,8%), preannunciata da ampi ribassi anche in Asia. I motivi di questa debacle sono almeno tre. Prima di tutto uno storno dei guadagni realizzati fin qui, che come sempre capita arriva repentinamente e non guarda in faccia nessuno. D’altra parte l’andamento delle Borse europee era distonico rispetto alla limitata crescita economica – se non zero, come nel caso dell’Italia – e dunque una ridimensionata appare del tutto fisiologica. Il secondo motivo riguarda l’andamento dei cambi, e in particolare l’innaturale debolezza del dollaro e l’ancor più anomala forza dell’euro: il protrarsi di questa situazione oltre il previsto – e per gli americani necessario – deprime i mercati mobiliari, preoccupati che aumenti dei tassi d’interesse spostino i capitali sulle obbligazioni. D’altronde, una fuga dai titoli c’era già stata nelle ultime settimane, quando un po’ tutte le materie prime e i beni rifugio sono state investite da un’ondata speculativa al rialzo, a cominciare dall’oro al record dell’ultimo quarto di secolo. Ma c’è – o a voler essere prudenti, potrebbe esserci – un terzo motivo di questo lunedì nero: la pressione speculativa americana. Proprio ieri, infatti, è arrivata l’offerta formale del New York Stock Exchange (Nyse) a Euronext, la società che riunisce le Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Lisbona: 8 miliardi di euro (tra contanti e azioni) con cui Wall Street farebbe suo un pezzo importante dell’euroborsa, mettendo più che un piede in mezzo al cammino – per la verità finora stentato – dell’unificazione dei mercati finanziari della Ue. Offerta a cui il consiglio di sorveglianza di Euronext ha già dato una prima risposta positiva, preferendo l’offerta americana a quella di Deutsche Borse, che con Londra è una delle due altre alternative europee a Wall Street.
E Milano? Finora ci sono state “prove tecniche di avvicinamento” con Euronext, ma ora il fidanzamento di Parigi e soci con Wall Street – voluto un po’ scioccamente dai francesi in chiave anti-tedesca – cambia le carte in tavola. Molte volte mi sono dichiarato convinto sostenitore del cosiddetto Nuovo Mercato Europeo (NME), che dovrebbe nascere dall’unione di tutte le Borse europee se si avesse la coscienza che il Nyse rappresenta già oltre la metà di tutti gli scambi mondiali e che per Eurolandia non avrebbe senso farsi “mangiare”. Occorre al più presto superare anacronistici campanilismi, permettendo la nascita di un mercato integrato dei paesi dell’euro, ponendo poi a Londra l’aut-aut per decidere se stare al di qua o al di là dell’oceano. Naturalmente, per Piazza affari l’autarchia sarebbe autolesionistica – pur valendo la metà del pil nazionale (733 miliardi) Milano è un quarto sia di Euronext che della City e un circa il 60% di Francoforte – ma non favorire l’integrazione continentale sarebbe ancora peggio. Per questo è necessario che la politica continui a vigilare: certo, Borsa Italiana è una spa e ha una propria indipendenza, ma il rischio che Piazza Affari diventi la pedina di uno scacchiere più grande di lei è contro sia l’interesse nazionale che quello europeo.

Pubblicato sul Messaggero del 23 maggio 2006

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