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Necessario cedere una parte di sovranità fiscale

Eurobond o euromorte

Entro l'8 dicembre si gioca una partita decisiva per l'Europa

di Davide Giacalone - 24 novembre 2011

Entro l’8 di dicembre, quando si terrà il Consiglio europeo (la riunione dei capi di Stato e di governo), si gioca una partita decisiva per l’Europa. Partita totalmente politica, che riguarda il futuro e rischia di travolgere e cancellare anche il passato migliore. Il nostro governo ha annunciato una manovra immediata da 15 miliardi di euro. Attenzione, perché senza un esito positivo di questa partita possono essere soldi letteralmente buttati via. In caso di esito negativo, del resto, dobbiamo prepararci a ben altro.

Angela Merkel s’è, infine, decisa ad ammettere che è necessaria maggiore integrazione fiscale, vale a dire che alla cessione di sovranità monetaria (già avvenuta con la creazione dell’euro e della Bce) si deve far seguire cessione di sovranità nelle politiche economiche e fiscali. Fra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la voragine della speculazione in atto, che divarica le posizioni fra i Paesi europei, alimenta interessi diversi e rende inutili gli spargimenti di denaro destinati a colmare il buco nero degli spread. Ogni tallero buttato lì dentro creerà solo povertà, senza portare beneficio ad alcun Paese. I tempi dell’integrazione sono necessariamente lunghi, quindi non ha senso né reclamarla né prometterla, se non ci si attrezza per il tempo di mezzo. Per quel che riguarda noi italiani, ci troviamo in una condizione colpevolmente paradossale: un governo commissariale, quale è quello di Mario Monti, può agire subito nel fare cassa, ma la cassa non serve, e non sarebbe comunque abbastanza ricca, per fermare la speculazione. La sostenibilità di un debito pubblico, quindi il premio di rischio che i prestatori chiedono per finanziarlo, non ha a che vedere con il torchio nel quale stritolare i portafogli privati, ma con la strutturazione della spesa pubblica (troppo alta) e con le misure per la crescita (troppo bassa). Sono misure di medio e lungo periodo. Sono le riforme che i predecessori hanno la colpa di non avere fatto, o, quando le hanno fatte, di non essere riusciti nel metterle a sistema.

Facciamo un esempio concreto: a regime il nostro sistema pensionistico è serio, rigoroso e sostenibile, uno dei migliori, in Europa, ma i tempi dell’entrata a regime sono lunghi. Si può accorciarli, ma il punto di caduta, per il medio lungo periodo resta lo stesso. Dovendoli accorciare è necessario che il legislatore sia credibile, quindi sarebbe lecito attendersi non una riforma dei vitalizi parlamentari a partire dalla prossima legislatura, che è proposta d’infinita miseria mentale, ma la messa in discussione dei diritti acquisiti, di quelli passati e presenti. So benissimo che ciò comporta una forzatura giuridica, so anche che i singoli potrebbero ricorrere contro questa ipotesi, ma è il provvedimento necessario per avere la faccia decente e potere parlare al resto degli italiani. Idem per le baby pensioni già in pagamento. La cosa paradossale è che queste sono scelte eminentemente politiche, perché stiamo parlando di come regolare la fiscalità e come governare il mercato del lavoro, ma ci arriviamo tardi e con un governo retto dalle impotenze politiche. Queste sono le nostre colpe. Grandi.

Ma noi non possiamo fare nulla che cambi la realtà degli attacchi cui siamo sottoposti oggi, e chi s’illudeva (certo non noi, che lo abbiamo scritto e riscritto) che un cambio di governo giovasse in sé s’è dovuto ricredere. I fatti sono lì, con la testa durissima. Il più grosso degli errori sarebbe quello di applicare la ricetta sbagliata, confondendo la serietà con il sadismo e mettendo in atto, fuori tempo massimo, politiche di mera (e insufficiente) compressione del debito pubblico. Bastano poche ore di spread per bruciare ogni riduzione fatta. Questa è la ragione per cui una patrimoniale sarebbe masochista. Dal Consiglio europeo aspettiamo risposte. Eurobond o euromorte (uso “eurobond” quale concetto riassuntivo di “federalizzazione dei debiti sovrani”, cui si può giungere con diversi strumenti). L’Italia deve contare per la propria forza e ricchezza, sebbene indebolita dal debito. Senza mai dimenticare il punto nodale: l’Europa è grande perché democratica, ogni misura che presupponesse protettorati infrastatali la renderebbe meno democratica, e con ciò stesso minuscola.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario