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Il coinvolgimento dell’ex Cancelliere nella Gazprom

Etica di ferro contro l’<i>affaire</i> Schröder

A questo scandalo dalle tinte italiane la Germania reagisce con maggiore senso etico

di Antonio Picasso - 15 dicembre 2005

Il crepuscolo di un eroe, che forse eroe non è mai stato e che si perde in uno scandalo. La nomina dell’ex cancelliere tedesco, Gerhard Schröder, come manager della Gazprom ha due aspetti degni di essere messi bene in evidenza. Primo, il fatto che Schröder si sia giocato, in pochi mesi, sia il posto di guida politica della Germania, che una posizione d’onore nella storia del suo Paese. Secondo, la capacità di tutto il Paese di dimostrarsi collettivamente contrario a evitare di si verifichino altri episodi simili.

Sconfitto alle elezioni, come era stato previsto, Schröder avrebbe potuto fare quello che sta facendo Lionel Jospin in Francia, vale a dire il padre nobile di una socialdemocrazia tedesca, forse un po’ sgangherata, ma comunque ancora funzionante. L’ex cancelliere, immediatamente dopo le elezioni, aveva meritato il plauso per non essersi comportato come molti politici italiani che, per esempio, restano in zona Montecitorio-Palazzo Madama anche se non hanno nulla da fare. Aveva cambiato totalmente mestiere. O meglio, aveva detto che avrebbe cambiato mestiere. E che sarebbe tornato all’antico amore per l’avvocatura. Aggiungendo a questa, l’attività di consulente del gruppo editoriale svizzero Ringier, pur specificando che non sarebbe entrato nel consiglio di amministrazione. Schröder, così, si era defilato elegantemente dalla scena pubblica, come tutti i politici stranieri di razza che, dopo anni di militanza e di governo, vengono mandati a casa. Thatcher, Kohl, Jospin, Aznar docent.

Poi, invece, un coup de théâtre. L’ex cancelliere è stato scelto per guidare il Consiglio di sorveglianza del Consorzio per il futuro gasdotto russo-tedesco. Un’attività di privato di cittadino, non c’è dubbio. Come sottolinea l’eurodeputato tedesco, Martin Shulz, attuale leader del Partito socialista europeo (celebre in Italia perché apostrofato da Silvio Berlusconi, come Kapo, nel 2003). Schulz oggi nega la possibilità che tra lo Schröder politico di allora e quello manager attuale possa intercorrere un conflitto di interessi. Tuttavia, così, dimentica che Schröder è stato alla guida del governo tedesco quando le trattative tra Mosca e Berlino erano in corso. Anzi, come ha messo in evidenza André Glucksmann sul Corriere della Sera del 14 dicembre, i giochi si sono conclusi proprio a ridosso delle elezioni. Cioè quando Putin si precipitò a Berlino per firmare il contratto con il governo del suo amico Schröder, vincolando l’attuale Grosse Koalition. Un contratto che ha scavalcato – continua Glucksmann – gli interessi oltre che i territori di Polonia, Ucraina e Paesi baltici, ma che soprattutto ha permesso a Putin di ricorrere a tutta la violenza possibile, nel gestire la crisi cecena, senza che da Berlino si alzasse mai una voce di protesta. Ecco, allora, il conflitto di interessi, ovvero un backstage assai poco presentabile dell’affaire Schröder.

Un secondo elemento degno di nota riguarda tutta la Germania. Il Paese, infatti, si è trovato improvvisamente a dover gestire uno scandalo dalle tinte italiane. Un politico non super partes, che si fa scoprire invischiato in accordi economico-finanziari privati e che agisce unicamente per soldi, quindi anteponendo il proprio “particulare” all’interesse pubblico e alla ragion di Stato.

La reazione di stampa e politica tedesche è stata ben superiore rispetto a quella di noi italiani che troppo spesso ci dobbiamo scontrare con questi incidenti. Gli ex alleati di Schröder, alcuni rappresentanti dell’attuale governo e i giornali di tutti gli schieramenti si sono trovati uniti a indicare l’ex cancelliere con fare inquisitorio e a chiedere la redazione di un codice di condotta che impedisca il ripetersi di eventi tanto incresciosi. Un atteggiamento, il loro, che dimostra l’importanza che l’etica ancora ricopre nelle cose pubbliche tedesche.

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