ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Establishment italiano: sempre di meno

I trend dell’Istat sull’Italia da qui al 2050

Establishment italiano: sempre di meno

Ora, però, attenzione all’errore opposto e di vedere strumentalizzato il silenzio

di Antonio Gesualdi - 22 marzo 2006

Dopo il "disgraziato convegno di Vicenza", che doveva suggellare il successo nazionale del giovane Calearo, Confindustria è dovuta ricorrere perfino al silenzio stampa. Un vero e proprio disastro per gli imprenditori del Nordest e pure per questa disgraziata campagna elettorale. Oggi Montezemolo – che pure aveva avuto il coraggio di parlare di Assemblea Costituente – ha detto: "dobbiamo evitare discorsi che ci identifichino in uno o nell"altro degli schieramenti. Ma continueremo a parlare di contenuti, di progetti e del futuro del Paese." Un po’ poco e anche una mezza ammissione di ingenuità: aver programmato un convegno di quel tipo, proprio a Vicenza, allora vuol dire aver fatto delle valutazioni preventive assolutamente sbagliate.
Adesso, però, non si faccia l"errore opposto: ovvero finire per non dire niente per non farsi strumentalizzare perché tutto è strumentalizzabile. Oggi l"Istat si è "divertita" a sfornare una previsione della popolazione italiana al 2050. Facciamo finta che non ci interessa fino a quella data e guardiamo solo i prossimi 5 anni. Il tempo di una ipotetica legislatura. Ebbene negli anni novanta l"indice di vecchiaia (rapporto tra giovani sotto i 14 anni e anziani sopra i 65 anni) era di 88. Ogni 100 giovani vi erano 88 anziani. Oggi, siamo solo nel 2006 e abbiamo 138 anziani ogni 100 giovani. La struttura della nostra popolazione, in una decina d"anni, si è completamente ribaltata. Nel 2010 è previsto un indice di vecchiaia di 146. E badate che la fecondità è in crescita!
Con solo questo dato una classe dirigente (che sappia leggerlo!) consapevole si metterebbe fortemente in allarme perché significa che la popolazione attiva – quella che dovrebbe lavorare (15-64 anni) – è in progressiva diminuzione. Da un contingente di 38,8 milioni di oggi si scenderà ad un ritmo del 3,5 per mille all"anno. Ogni anno che passerà avremo 3 lavoratori e mezzo in meno ogni mille attivi. Nel 2030 vi saranno 3 milioni e 300 italiani in meno al lavoro e nel 2050 circa 9 milioni in meno. Nel 2011 avremo perso oltre 650.000 lavoratori. Nessun governo, nè di centro-sinistra nè di centro-destra, né di altro tipo può inventarsi di coprire un buco di popolazione attiva così grande!
E non pensate agli extra-comunitari, per favore, perché per tenere la popolazione in equilibrio – e non fare più danni di quelli che abbiamo – dovremmo accogliere soprattutto bambini e bambine da 0 a 4 anni!!!
Di fatto il fenomeno dell"invecchiamento è già in azione: il tasso di disoccupazione in Italia è più basso che in Francia o in Spagna proprio perché abbiamo meno giovani che entrano nel mercato del lavoro. Il nostro sistema pensionistico è in crisi proprio perché siamo una delle popolazioni più vecchie del mondo. Il Welfare e la Sanità dreneranno sempre più risorse perché gli elettori saranno sempre più vecchi e voteranno vecchi che prometteranno più Sanità e più Pensioni. La scuola, lo sport, l"innovazione, la ricerca saranno sempre più trascurati.
Questi sono i dati strutturali e di questo, anche, gli imprenditori devono prendere atto. Qui solo con la manfrina sull"Irap o sul cuneo fiscale non si va da nessuna parte. I giovani non si sposano e non mettono su famiglia e non sono il sale della nazione perché ce ne sono sempre meno e perché sono depotenziati. Che ci possono fare dei giovani negli ospizi? La nostra Nazione è un ospizio. Non si sposano e non fanno figli perché negli ospizi non si fanno figli, ma ci si prepara alla morte, magari con delle cure palliative. Se i nostri padri e i nostri nonni avessero dovuto rimandare il matrimonio o la figliolanza perché non avevano il lavoro per sempre, il mutuo o il telefonino, noi non saremmo mai nati! I nostri giovani non fanno figli perché sono figli di una società che li depotenzia: toglie loro il potere, anche sessuale di riproduzione. Non è una faccenda solo materiale o di economia, è una faccenda di vero declino strutturale per superare il quale occorre generosità, forza, visione, coraggio di chi è più anziano e gestisce il potere culturale, economico e politico. Noi, invece, assistiamo a una campagna elettorale tra settantenni dove si dibatte se i comunisti mangiano i bambini e tassano le rendite o se Berlusconi è un liberale o un usurpatore di regole.
L"imprenditore Diego Della Valle in una trasmissione televisiva alla domanda: cosa fare per la scuola? Ha risposto: la scuola deve mettere i giovani nelle condizioni di pensare con la propria testa. Devono diventare cittadini consapevoli. Chi se ne importa se poi, dette le cose come stanno, qualcuno strumentalizza. Abbiate il coraggio di dire, però, come stanno le cose. Malissimo!

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario