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La scelta ucraina: il peggio per stare meglio

Est Europa: nuova cortina di ferro?

Kiev rischia di tornare sotto il controllo di Mosca senza che l’Europa lo impedisca

di Antonio Picasso - 28 marzo 2006

Già nel Settecento, Montesquieu, nell’Esprit des lois e nella sua teoria dei climi, distingueva le nazioni piccole e dinamiche, per esempio l’Inghilterra, adatte a un regime democratico e costituzionale, dai grandi e “pesanti” imperi più facili al dispotismo, quali la Russia. Oggi, le recenti evoluzioni di Bielorussia e Ucraina dimostrano che la parziale validità dell’analisi dell’illuminista francese.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i popoli non russi, che per tutto il Novecento avevano subito la sottomissione di Mosca, tentarono di approfittare della ventata democratica che, dall’Europa occidentale, attraversava le fredde steppe. Così, dopo lo sfaldamento del blocco del Patto di Varsavia, anche Bielorussia, Ucraina, Moldavia e le tre repubbliche baltiche (Lettonia, Estonia e Lituania) si svincolarono dal giogo del Cremlino e si conquistarono l’indipendenza. Tuttavia, all’autonomia non fecero seguito libertà e democrazia. Anzi. Nella fattispecie di Minsk e Kiev, i governi che assunsero il potere si dimostrarono essere molto simili a quello russo dal quale si erano allontanati. Oligarchia, libertà personali limitate, autoritarismo, soppressione anche violenta delle opposizioni politiche. Il tutto connivente con un sistema economico arretrato. L’Europa occidentale, con il suo capitalismo liberal-democratico, era penetrata solo parzialmente oltre l’ex cortina di ferro.
Poi, l’anno scorso, una grande occasione si presentò al popolo ucraino. La Rivoluzione arancione doveva essere il passo di svolta, l’effettiva apertura a Ovest e il definitivo abbandono dei cascami russi. Il tandem Yushenko-Timoshenko aveva elargito la promessa di rilanciare l’economia ucraina, piegare la corruzione e orientare la politica del Paese verso una solida collaborazione con Unione europea e Stati Uniti. Tuttavia, qualcosa non ha funzionato. Perché il programma riformistico dei partito arancione si è dimostrato essere più ricco di entusiasmo che di reale capacità di intervento contro i mali del Paese. Questi ultimi, poi, si sono fatti ben più grandi delle aspettative. E infine, la Russia, con il ricatto energetico dell’inizio di quest’anno, è arrivata ad assestare il colpo di grazia. Di conseguenza, il popolo ucraino ha voltato le spalle a quel Yushenko sul quale aveva fatto tanto affidamento. Si è abbandonato all’indolente “si stava meglio quando si stava peggio”. Ed è tornato a votare i soliti nomi. Yanukovich in primis – al quale si prevede che andranno preferenze tra il 27 e il 31% – e la bionda Yulia Timoshenko (23-26%), brava nello sganciarsi dal carro sconfitto e ora nel pretendere di dettar legge in quanto possibile ago della bilancia. Ma Kiev, così, rischia di tornare sotto il giogo del Cremlino.
Resta valida, allora, e impossibile da scardinare la teoria di Montesquieu, tale per cui i popoli russi non potranno imitare l’Occidente? In realtà, una cassazione netta delle speranze di bielorussi e ucraini di emanciparsi da Mosca è concreta solo se la situazione resta di quella di oggi.
La Russia di Vladimir Putin, da parte sua, non nega le sue mire espansionistiche e un po’ revanchiste dell’ex Urss. Mosca sa che le saranno necessari decenni per tornare a quella superpotenza mondiale che era negli anni della Guerra fredda. Ma è anche convinta, la storia glielo assicura, che le sue crisi sono cicliche. E il periodo che sta vivendo adesso è di ripresa, lenta e lunga, ma comunque di ripresa.
L’Europa, invece, resta chiusa nel suo silenzio. Tentennante e insicura, a causa della crisi – che per lei è più che attuale – non riesce a percepire la portata degli eventi. E cioè il rischio dell’affermazione di due regimi autoritari – a Minsk e a Kiev – adiacenti ai suoi confini orientali, vale a dire quelli più deboli. A Est, infatti, la democrazia, la libertà e il capitalismo si sono insediati solo da quindici anni. È vero che dalla Polonia alla Slovenia sono tutti nuovi membri dell’Ue. Ma è proprio su questo giovane stato di cose che rischia di giocarsi il futuro comunitario. Da Varsavia a Lubiana, la paura è diventare nuovi stati cuscinetto contro la nuova Russia, a sua volta protetta da altrettante “nazioni-paraurti” che sono Bielorussia e Ucraina.
E se non meno di due anni fa, con l’allargamento a Est, quella dell’Europa orientale appariva come un’occasione per Bruxelles, oggi rischia di tramutarsi in un lungo fossato. Una nuova cortina di ferro tra il capitalismo democratico, ma debole dell’Unione e quello oligarchico e ricattatorio di Mosca, Kiev e Minsk.

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