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È inutile fare i duri se manca la giustizia

Espulsioni dure e fasulle

Il rischio è quello di mettere a punto un decreto che renda il Paese più insicuro

di Davide Giacalone - 06 novembre 2007

Adesso si gareggerà a chi ce l’ha più duro, il decreto espulsioni. Ma sono le teste ad essere dure, perché quella roba non funzionerà e non faremo quel che si deve. Anziché procedere da ubriachi, oscillando fra il pietismo e la faccia feroce, dovremmo prima di tutto chiarire chi e cosa intendiamo tutelare: i cittadini italiani, la loro sicurezza e gli immigrati che vengono qui per lavorare. Senza la prima cosa crescerà la xenofobia cieca, e senza la seconda continueremo ad importare delinquenti. Ferme restando le leggi civili e penali, la prima condizione è: chi viene deve mantenersi e vivere civilmente. La direttiva europea non prevede affatto che possa recarmi, io italiano, a Parigi e mettere su una baracca nei giardini pubblici, campando d’espedienti. Entro tre mesi o si dimostra di avere un reddito (regolare) o fuori. Su questo il decreto governativo è totalmente inutile.

I quattrini vanno dove il fisco è meno esoso, i delinquenti dove la giustizia fa ridere. I secondi vengono da noi. Tolleriamo reati a montagne, sulle strade e lungo i viali, dimostriamo che i controlli sono una burletta, il resto arriva da sé. Fra gli immigrati regolari il tasso di criminalità è simile a quello degli italiani, ma i reati commessi da stranieri sono numerosissimi. Questo significa che c’è un sacco di gente irregolare, ed è lo Stato a fare cilecca. Ora, secondo il governo, li becchiamo la prima volta e gli diciamo, nella loro lingua, di andare via, non prima di un mese, se non lo fanno e li ribecchiamo ammenda fino a 2000 euro e galera fino a sei mesi. Se ne fregheranno, a parte il fatto che non li ribecchi con la stessa identità. Se invece li punissimo, e sul serio, per i reati commessi, se avessimo una giustizia che decide in tre mesi e non in dieci anni, quelli neanche si farebbero vedere. Ma ora va di moda la durezza, quindi si può espellere, scavalcando la giustizia, chi ha un “familiare” che ha compromesso la dignità umana. Che non so cosa significhi, ma se vuol dire che espelliamo un violentatore e gli mandiamo al seguito moglie e figlie vuol dire che siamo matti. Vedrete che la pratica trasformerà il decreto in coriandoli, ci terremo la peggiore giustizia d’Europa e saremo, quindi, il Paese più insicuro, la pacchia dei delinquenti e l’inferno delle persone per bene.

Pubblicato su Libero di martedì 6 novembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario