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Una difesa “a mezzo stampa” ma senza accuse

Epistola triste e imbarazzante

Mister Pirelli prima cerca un ruolo di guida per il capitalismo italiano poi rinnega tutto

di Davide Giacalone - 23 gennaio 2007

E’ triste ed imbarazzante, la lettera che Marco Tronchetti Provera ha indirizzato al direttore de La Stampa ed ai lettori di quel giornale. Oltre tutto, se ci sono dei lettori cui fornire qualche spiegazione sono quelli del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore, dove egli ha esercitato un’influenza diretta. E’ triste, perché l’autore dell’epistola si è seduto ed ha giocato al tavolo alto del potere, si è candidato ad assumere un ruolo di guida per quel che rimane del capitalismo italiano e, adesso che il mare brontola sotto la chiglia, dovrebbe risparmiarsi e risparmiarci gli interventi con il cuore in mano, i ricordi della lunga attività, le rivendicazioni d’estraneità a quel che gli accadeva sotto la poltrona, accanto alla scrivania ed attorno alla stanza. Può pure tentare di dire che non ne sapeva niente e di nulla mai s’accorse, ma è triste, appunto.

E’ imbarazzante, inoltre, perché non so quale istinto, o quale consiglio, lo abbia guidato a reclamare l’innocenza innanzi ad un’accusa che non gli è stata formalmente rivolta, ma avrebbe fatto bene a riflettere sul perché, a dispetto dell’evidenza e della logica, nel mentre i suoi più stretti collaboratori si trovano in carcere a lui non sia stato notificato neanche un avviso di garanzia. Se lo fosse chiesto si sarebbe accorto che quello è proprio il sintomo più preoccupante (per lui stesso), stando a significare che si può giungere a chiudere le indagini, a chiederne il rinvio a giudizio, senza neanche informarlo. Già, perché l’avviso di garanzia è obbligatorio solo quando l’autorità giudiziaria svolge atti d’indagine cui si richiede la presenza dell’indagato e dei suoi difensori, mentre non lo è se quegli atti (tipo perquisizioni e sequestri) sono ritenuti superflui.

Un tempo le cose andavano diversamente, un tempo l’avviso di garanzia era la prima cosa, notificata spesso a mezzo telegiornale, già sufficiente ad uccidere civilmente il cittadino indagato, la cui presunzione d’innocenza era considerata un ridicolo cavillo agitato da complici e sodali. Ma i tempi cambiano, l’effetto annuncio perde molta della sua forza visto che il pubblico ha imparato che molti saranno poi assolti, e può anche essere controproducente se il destinatario è mediaticamente corazzato, ancora capace d’esercitare la propria influenza. Sempre di giustizia malata stiamo parlando, ma con sintomatologia diversa. Scrivendo quella lettera Tronchetti Provera sembra non rendersene conto, sembra non capire che non basta il diritto al silenzio del suo ex braccio destro a consentirgli di cercare nell’infanzia le ragioni della sua odierna innocenza. E c’è dell’altro.

Sedendo al tavolo alto del potere Tronchetti Provera ha giocato la partita del Corriere della Sera, ancora una volta centro nevralgico dell’equilibrio italiano. Non c’è più ragione che lo sia, la nobile testata di via Solferino non ha più il peso di un tempo, ma anche i nostri potenti invecchiano, continuando battaglie non propriamente d’avanguardia. Egli dice di avere provato a far andare d’accordo i soci del patto di sindacato, ma è ora che qualcuno gli spieghi quel che è successo, in modo che non faccia finta di non sapere perché Colao fu allontanato, quale scontro ci fu attorno all’idea di allargarsi verso la televisione, e che le testate individuate erano proprio quelle che ancora fanno capo a Telecom Italia. Vinse la battaglia, Tronchetti Provera, ora perde la guerra e con la sua condotta finirà con il consegnare tutto agli avversari d’allora, per comodità figurati sotto la guida di Nanni Bazzoli. E sedendo a quel tavolo giocò la partita del controllo di Telecom Italia, dopo avere investito di suo una cifra ridicola, utilizzando la scatola di Olimpia che avrebbe meritato ben altre attenzioni da parte delle autorità di controllo. Ora che è giunto al capolinea cosa crede, di potersi scegliere il gruppo finanziario stravagante cui vendere al meglio? Crede davvero di potere considerarla una faccenda privata, come se stesse vendendo i parabordi della barca? A spiegargli che tutto questo non è reale, che la salvaguardia del patrimonio non si concilia con la pretesa di restare al timone, sarebbe dovuto essere proprio Guido Rossi, che lui arruolò nel momento in cui la burrasca scoppiava.

Fin qui sembra che a Rossi sia stato dato un peso minore di quel che sarebbe stato necessario. Sembra che si pensi sia possibile attendere l’assemblea di aprile lasciando gli uomini di Tronchetti Provera dove sono, magari a far da registi al cambio di proprietà. La tristezza e l’imbarazzo destati da quella lettera non riguardano solo il suo autore, si estendono alla precaria condizione del capitalismo italiano. Al tavolo alto si può giocare in quel modo, si può far tornare la giustizia penale a distribuire le carte, perché l’altezza dei giocatori non raggiunge il bordo del tavolo.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero del 23 gennaio 2007

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