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Sulla contrattazione tutto bloccato da un anno

Epifani-Pezzotta, leader a confronto

La Cgil riapra alle trattative con Confindustria, o la Cisl ne approfitterà per il sorpasso

di Enrico Cisnetto - 15 luglio 2005

Cheap e rilancio. Come a poker. Questo ci si aspetta da Guglielmo Epifani dopo l’aut aut ricevuto da Savino Pezzotta, rilanciato dalla Uil di Luigi Angeletti. Il segretario della Cisl è stato rieletto al recente congresso avendo espressamente proposto, tra le altre cose, un accordo in extremis sulla riforma del modello contrattuale, ma nello stesso tempo anche il definitivo superamento del dogma dell’unità sindacale. Come dire, o ci si intende o la Cisl procede da sola. E la Uil pure. Strade parallele, ma non coincidenti. Dunque, il tempo stringe, ed è ora che Epifani indichi la rotta alla Cgil. Anche perché è passato un anno da quando il sindacato si è seduto al tavolo con la Confindustria per discutere sulle tipologie dei contratti: allora Epifani chiese un time-out che di fatto è diventata una vera e propria rottura. Ora che fa, non si siede neppure, ripete la manfrina o si decide a decidere? Il segretario della Cgil sarebbe opportuno che, oltre a ricordare la sua origine riformista, imboccasse la sola strada percorribile nella condizione di declino strutturale del Paese – che pure non manca di sottolineare quotidianamente – quella del buon senso e del pragmatismo. Con la recessione che non si ferma certo di fronte alle speranze del ministro Siniscalco, e con il bipolarismo all’italiana che sposta l’attenzione delle forze politiche sulla campagna elettorale permanente anziché sul governo delle variabili economiche, la concertazione piena e totale che il sindacato vorrebbe appare una chimera. Senza la terza gamba del tavolo, quella del governo, la concertazione non marcia. Ma per cambiare la struttura dei contratti, aumentando il peso di quelli aziendali e lasciando a quelli nazionali la sola cornice normativa, occorre “semplicemente” trattare con la Confindustria, e quella «ragionevole» di Montezemolo è altrettanto interessata di Cisl e Uil al tema.

Insomma, per Epifani non ci sono alibi. Certo, quel giocar d’anticipo di Pezzotta, e soprattutto la promessa ai suoi di diventare il primo sindacato italiano “mettendo sotto” la Cgil, possono aver dato fastidio. Ma non c’è mossa strategica che tenga, se in gioco ci sono i contratti di milioni di lavoratori e il futuro politico di un leader sindacale in calo di consensi. Il tempo è tiranno, d’altronde, perché per il successore di Sergio Cofferati la scadenza del mandato quadriennale è dietro l’angolo. E se appena eletto (dicembre 2002) ha vissuto una “sindrome di minorità”, colpevole il ruolo avuto da Cofferati nella sua nomina, è pur vero che ha poi dismesso i panni del fedele continuatore, aprendo al neo-eletto Montezemolo e dando bacchettate riformiste sulle dita dei leader della Fiom. Una strategia vincente che, purtroppo, è durata solo fino allo scorso autunno, quando Epifani si è alzato da quel tavolo e non si è seduto più. Riaprendo ferite ormai insanabili con Pezzotta e perfino con l’accomodante Angeletti, e lasciando Montezemolo alle critiche di chi, dentro e fuori Confindustria, non aspettava altro per dirgli “vedi, vatti a fidare di quei comunisti della Cgil!”. Di qui la delusione di tutti: sia dei riformisti, che attendevano scelte politiche memorabili da un segretario “socialista” (dialogo, apertura, caduta delle pregiudiziali), sia dei massimalisti (su tutti la lobby interna della Fiom), quelli che gli rimproverano di non avere il muso sufficientemente duro nei confronti dell’avversario.

Insomma, caro Epifani: qual è la linea? Qui le strade possibili da seguire restano due. O si torna, e in fretta, al dialogo, tenendo botta allo spariglio della Cisl, o ci si chiude definitivamente a riccio, intercettando solo i consensi dei movimenti. E dire che, se lei volesse, l’aut-aut di Pezzotta si potrebbe trasformare in un assist delizioso: portare i sindacati al tavolo delle trattative uniti da una comune proposta di modello contrattuale da presentare a Confindustria, spingendo sì sul pedale della crescita dei salari, ma solo laddove si realizza la produttività, senza aggravi significativi del costo del lavoro. E poi, dia retta: meglio farlo ora un accordo del genere, che non con eventualmente il centro-sinistra al governo. Si ricordi la scorsa legislatura: Cofferati era appiattito su palazzo Chigi, ma il sindacato non ha portato a casa niente. Stia certo: con Prodi alla guida del paese, e la Cgil yesman, la Cisl vestirebbe i panni di difensore unico dei lavoratori. E lei passerebbe comunque alla storia come il leader del sorpasso. Subìto.

Pubblicato sul Foglio del 15 luglio 2005

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