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La penosa vicenda del "salva-Roma"

Enti locali e Regioni, tempo di una riforma radicale

Tutti quei miliardi bruciati da un decentramento amministrativo inefficiente, elefantiaco, clientelare e sprecone

di Enrico Cisnetto - 30 dicembre 2013

La penosa vicenda del decreto “salva Roma”, bocciato dal Quirinale ma ricicciato nel “milleproroghe”, così come la “quasi abolizione” delle Province presentata nei giorni scorsi dal ministro Delrio, oltre che alle polemiche (giustificate ma sterili) già partite sulla crisi istituzionale che l’Italia sta vivendo, dovrebbero indurre a riflessioni finalmente operative sulle patologie, in progressivo e drammatico peggioramento, che stanno corrodendo il nostro elefantiaco decentramento amministrativo. Fate la somma: le Province, già inutili, sono da tempo delegittimate; degli 8.100 Comuni, ben 479 hanno dichiarato il dissesto finanziario almeno una volta (ma in 12 lo hanno fatto due volte a distanza di anni), dei quali oltre la metà (251) solo tra Calabria e Campania; sei Regioni (su 20) sono da tempo in default sanitario; Roma Capitale ha trasferito alla gestione commissariale già 12 miliardi e ora ha un nuovo buco di 867 milioni; cinque Regioni (un quarto del totale) sono a statuto speciale e godono di anacronistiche quanto costose agevolazioni. E l’elenco potrebbe continuare, tra società partecipate ed enti di secondo e terzo grado. Non si tratta solo di costi non più sopportabili – decine di miliardi bruciati da cattiva amministrazione ed eccessi di competenze – ma quello che si vede, osservando il nostro sistema istituzionale decentrato, è la fotografia di una gigantesca macchina burocratica impermeabile ad ogni modernità e produttrice di intollerabili inefficienze.

È dunque venuto il momento di dire basta. Di affrontare la crisi degli enti locali non con interventi tampone o con riforme più o meno serie ma mirate a singole questioni, bensì con un’unica grande riforma strutturale che ripensi l’intera architettura di competenze e strutture delegate ai territori. Riscoprendo un principio andato perduto fin dagli anni Settanta con l’avvento – con il senno di poi, sbagliato – delle Regioni: il decentramento non può essere la somma di enti scoordinati tra loro e con lo Stato centrale, né tantomeno formato da “contropoteri” in perenne contenzioso con Roma, ma deve rappresentare l’organizzazione con cui lo Stato meglio amministra i territori. Finché qualcuno non avrà la forza di cambiare la Costituzione il nostro è e rimane uno Stato unitario, non la somma di tante entità locali.

Come? Ho sempre ritenuto che fosse sufficiente (si fa per dire) abolire le Regioni autonome e tutte le Province; stabilire il limite minimo di 5 mila abitanti per i Comuni, costringendoli a raggrupparsi (il 70% sono sotto quella soglia e raggruppano solo il 17% della popolazione); istituire le città metropolitane per i centri sopra i 300 mila abitanti (sono nove); semplificare numero e funzioni dei consigli di quartiere; cancellare tutta una serie di soggetti secondari, dalle comunità montane agli enti di bacino. E che per le Regioni il dimagrimento dovesse consistere nel ridursi a sette (secondo un vecchio studio della Fondazione Agnelli) e nel perdere le competenze sanitarie. Poi mi è sorto il dubbio che debbano essere proprio le Regioni – sicuramente le più sprecone e anti-Stato tra le amministrazioni – a dover sparire del tutto. In fondo, però, mi accontenterei se nel 2014 il governo, dovendo-volendo riscrivere il proprio programma, mettesse il ridisegno organico del decentramento tra le sue priorità. Il come, se si fa sul serio, è discutibile. (twitter @ecisnetto)

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