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Il nuovo accordo è comunque positivo

Eni e Kashagan, operazione vincente

Anche per mantenere il Kazakhistan fuori dall'orbita di Russia e Cina

di Enrico Cisnetto - 21 gennaio 2008

Francamente appaiono incomprensibili o a dir poco interessate le critiche che sono comparse qua e la a proposito di come l’Eni abbia risolto il delicato contenzioso aperto dal governo del Kazakhstan sullo sfruttamento del giacimento petrolifero di Kashagan, e cioè accettando di condividere l’operatorship con alcune delle “sorelle” (Exxon, Shell, Total) azioniste del consorzio che lo gestisce. Si è parlato di un possibile “danno alla reputazione” dell’azienda italiana e di “lievitazione di costi” e “ritardi di produzione” a suo carico, ma si tratta di giudizi degni di miglior causa. Intanto, bisogna ricordare che ad aprire le ostilità era stata Astana, con dichiarazioni talmente bellicose che la rottura pareva inevitabile, in quel caso sì determinando un danno immenso per Eni, come insegnano altre vicende – vedi Venezuela – in cui sono i governi a rimettere in discussione contratti già firmati, con tutto il carico di ingerenze politiche che non obbediscono né al diritto né alla logica economica. In secondo luogo, visto che quello è un fronte ‘caldo’, chiunque con un po’ di buonsenso si sarebbe coperto ripartendo i rischi, in modo da poter fare fronte con altri alleati ai “colpi di testa” del Kazakhstan. Inoltre, la necessità della “condivisione” deriva anche dalla straordinaria complessità del progetto, che non solo riguarda il maggiore giacimento mai scoperto al mondo (oltre 1.5 milioni di barili al giorno, il doppio del più grande in funzione in Arabia Saudita, mentre Eni oggi ne produce poco meno di due in tutto il mondo) ma obbliga ad operare in condizioni estreme (in mezzo al Mar Caspio si va dai +40 d’estate ai -40 d’inverno).

Ma c’è un ultimo decisivo punto che va considerato, e discende dalla posizione geografica strategica di quell’ex provincia dell’Unione Sovietica, che confina con Cina e Russia, due paesi che per motivi diversi hanno una politica energetica sempre più aggressiva: la necessità di evitare che il giacimento di Kashagan finisse in mani “pericolose”. Quelle di Pechino, che per dissetare una nazione energivora è disposta a fare qualunque cosa (+12% l’import di greggio nel 2007, nonostante abbia rubato al Giappone la leadership nelle centrali nucleari), e quelle di Mosca, che con la leadership di Gazprom nel gas e la seconda posizione nella classifica mondiale degli esportatori di petrolio, ha ormai costruito la sua economia solo sull’energia. Dunque, non sarebbe passato molto tempo prima che il Kazhakistan finisse sotto l’influenza dell’una o dell’altra potenza.

Detto questo, i termini dell’accordo negoziato da Scaroni sono più che onorevoli: l’Eni continuerà a gestire l’operatività di Kashagan – lucrando un’ineguagliabile esperienza manageriale, tecnologica ed ambientale – mentre le altre major entreranno in gioco nella seconda e meno interessante fase, quando il giacimento-monstre richiederà il trasferimento nella lontana landa caucasica di un esercito di uomini, cui la compagnia italiana non potrebbe far fronte da sola, avendo peraltro lo stesso vantaggio economico di Exxon, Shell, Total e KMG, che come Eni possiedono il 16,8% del consorzio (Conoco e Impex hanno l’8% ciascuno). Insomma, per l’Eni quella di Kashagan rimane l’occasione giusta per consolidare la sua posizione di sorella maggiore fra le proverbiali sette del petrolio. E questo spiega la malcelata ostilità delle altre sei.

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