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La riforma Bassanini ha confuso le competenze

Energia: serve un’istituzione apposita

Inutile liberalizzare se non si rimedia agli errori. E basta demonizzare il nucleare

di Elio Di Caprio - 14 febbraio 2006

Il black out elettrico di due anni fa ed ora l’improvvisa penuria di gas naturale proveniente dalla Russia hanno prodotto i soliti allarmi di emergenza, come se si trattasse sempre di porre rimedio a fatti straordinari e imprevedibili di cui la politica è costretta a farsi carico improvvisamente, salvo poi lasciare immutato per i prossimi anni l’approccio frammentato e disorganico ad uno dei temi fondamentali per lo sviluppo economico dell’Italia che, tra i Paesi europei, è il meno autosufficiente e il più dipendente da fonti di approvvigionamento estero. Non possiamo sempre dolerci del fatto che l’Italia è in questa situazione per aver rinunciato all’opzione nucleare e poi non far nulla per dare una svolta alla politica energetica. Si può legittimamente dire che l’Italia ha fatto un grosso errore a rinunciare allo sviluppo nucleare, così come sono sempre più evidenti le nostre debolezze di sistema, paradossalmente accentuate da privatizzazioni e liberalizzazioni mal congegnate.

Le responsabilità possono essere equamente distribuite tra i governi di centro-sinistra e di centro-destra. Nessuno è riuscito a risolvere la contraddizione tra l’esigenza di una politica energetica che richiede da una parte previsioni a lungo termine e investimenti a ritorno differito, con un costante monitoraggio del mercato, e la necessità, dovuta alle direttive europee in materia, di creare un mercato libero dell’energia comune a tutto il continente. Quest’ultimo obiettivo avrebbe richiesto, per realizzarsi, un’intesa europea – ancorché su grandi linee – che unificasse o coordinasse le scelte strategiche sulle fonti di approvvigionamento, dal nucleare, al petrolio, al gas, alle fonti alternative. Niente di tutto questo è finora successo e difficilmente succederà con l’allargamento dell’Ue ai paesi dell’est. Ci ritroviamo dunque da soli a dover decidere sugli approvvigionamenti energetici: se non facciamo in tempo i rigassificatori è solo nostra responsabilità, non possiamo contare su alcun altro Paese europeo per gestire eventuali emergenze. Ieri c’è stato l’allarme gas dalla Russia, domani ci potrà essere l’emergenza Algeria, altro Paese fondamentale per le forniture di gas all’Italia, oppure un’emergenza Libia, che da pochi anni ci rifornisce anch’essa del suo gas.

La mitologia del mercato ci ha fatto dimenticare che non è un attentato all’economia libera promuovere una politica energetica nazionale, in attesa di meglio definirla in ambito europeo quando le condizioni saranno più propizie. L’energia è sempre stata agganciata o dipendente dalla politica e lo sarà sempre più nel prossimo futuro. Fino agli anni ’80, erano stati gli enti energetici statali, dall’Eni all’Enel, a fare sostanzialmente le scelte strategiche per il sistema Italia, pur con tanti errori ed inefficienze. Il paradosso è che i costi energetici italiani sono stati sempre tra i più alti in Italia, sia prima che dopo le privatizzazioni. E allora, perché si è privatizzata l’Eni al 70% e qualcuno ancora si augura che lo Stato e il pubblico escano completamente sia dall’Eni che da Snam Rete Gas? Forse perché solo in tal modo si aumenta il valore delle società per gli azionisti, come reclamava fino a qualche anno fa Vittorio Mincato, ex amministratore delegato dell’Eni? E chi pensa al sistema Italia? Il Ministero delle attività produttive o l’Authority per l’energia?

Il ragionier Mincato, il cui mandato è stato confermato sia dai governi di centro-sinistra che da quelli di centro-destra, aveva pochi mesi fa dichiarato che l’Italia correva il rischio di una “bolla-gas” per gli eccessivi impegni di fornitura contratti all’estero, così come al primo impennarsi del prezzo del greggio aveva dichiarato che gli aumenti sarebbero stati temporanei in attesa di una ristabilizzazione verso il basso sui 20-30 dollari a barile… E’ possibile che, oltre a Mincato, nessuno abbia responsabilmente monitorato il mercato energetico internazionale e i nostri problemi di approvvigionamento? Le stesse liberalizzazioni del mercato interno del gas, auspicate dai politici per aumentare la concorrenza ed ostacolate di fatto dall’Eni, operatore dominante, sono vanificate nel loro scopo di diminuire le tariffe per consumatori e industrie, se poi a monte è messa in discussione e pericolo la stessa fornitura e disponibilità di gas proveniente dai Paesi esteri!

Che fare dunque? Bisogna avere finalmente il coraggio di definire una politica energetica, non a parole, ma delegandola ad un’apposita istituzione governativa che sia in grado di monitorare il mercato con il supporto di un team di tecnici. Ora è Claudio Scajola, come Ministro delle attività produttive, ad andare a Mosca da Vladimir Putin per implorare la continuità delle forniture, domani magari sarà Enrico Letta, o chi per lui, a dover ripetere lo stesso percorso con l’Algeria. Ma ciò non basta: si dovrebbe creare un’istituzione stabile delegata all’energia in maniera permanente. La riforma Bassanini dei Ministeri ha creato più confusione che chiarezza con l’accorpamento indistinto di competenze. Invece c’è bisogno di dare una specifica importanza alla gestione di materie delicate e complesse come quella dell’energia. Perché nessuno propone di dar vita a un Ministero energia e ambiente, oppure ad un segretariato permanente per l’energia – come avviene in altri Paesi – con poteri decisionali superiori a quelli del Dipartimento energia del Map?

Ora che finalmente si riparla senza scandalo dell’opzione nucleare, ineludibile per i prossimi decenni, un’istituzione apposita per l’energia avrebbe in sé la forza politica per procedere su tale strada e darebbe all’opinione pubblica la certezza che la soluzione dei problemi energetici per l’Italia non è una scelta di destra o di sinistra, ma rappresenta una doverosa focalizzazione, sul breve e sul lungo termine, di temi che condizionano il nostro sviluppo economico e non vanno affrontati con la cultura dell’emergenza fin qui seguita.

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