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Serve un intervento legislativo subito

Emergenza fondi e società di gestione

L'intervento fiscale non basta. Serve il superamento anche delle altre criticità

di Angelo De Mattia - 14 febbraio 2008

Deflussi per oltre 70 miliardi dal gennaio 2007 allo stesso mese del 2008; una crescita del patrimonio che si attesta, tra il 2002 e il 2006, a un terzo della media europea: è il crepuscolo dei fondi comuni d’investimento, la più antica, in Italia, delle attività finanziarie extrabancarie, promossa nel 1983, quando imperversavano, senza regolamentazione, i titoli atipici dei Cultrera, dei Bagnasco, e la Consob non era ancora pienamente decollata? E’ un colpo alla raccolta del risparmio, la vera ricchezza del Paese? Preoccupazioni di numerosi esperti e di esponenti politici si manifestano in questi giorni sulla stampa. La categoria dei fondi starebbe pensando anche a una campagna pubblicitaria per stimolare la sottoscrizione di quote. Ma soprattutto, si sta facendo strada il tentativo di inserire, in maniera bipartisan, nel decreto “milleproroghe” una norma che elimini lo svantaggio fiscale che i fondi italiani – tassati in base al maturato e non al realizzato – subiscono rispetto a quelli esteri, essendo tale differenziazione, insieme con il regime impositivo sulle società di gestione, la causa primaria del calo dei fondi. E’ interesse generale impedire questa caduta, che tocca pure i piccoli risparmiatori. Il mot de combat del superamento dello svantaggio tributario è fondato. Appare doveroso e urgente agire per rilanciare la competitività di questi intermediari. Debbono, però, sussistere le precondizioni di ordine giuridico-istituzionale, innanzitutto con riferimento a ciò che è fattibile in sede di conversione di un decreto della specie, e avendo presente il contesto delle occorrenze, ora, in materia fiscale, nel quale trovano un posto non secondario il riordino, finora procrastinato, della tassazione delle rendite finanziarie e – tema caldissimo – i progettati sgravi per i trattamenti economici del lavoro dipendente.

Eppure all’eziologia del calo dei fondi contribuiscono anche altri importanti fattori, oltre agli effetti della crisi finanziaria internazionale. E si chiamano commistione proprietaria tra banche e società di gestione, quindi integrazione stretta tra la costruzione di questi prodotti finanziari e le reti di distribuzione – il cui utilizzo comporta il pagamento di commissioni non irrilevanti – di proprietà delle banche, le quali offrono anche altri prodotti che con i fondi entrano in competizione, con conseguenti conflitti di interesse. Insomma, occorre porsi l’obiettivo della separatezza delle società dagli istituti di credito, ai quali sono legate a monte (assetto proprietario) e a valle (distribuzione alla clientela). Non è facile, certamente, conseguire tale risultato.

Il bancocentrismo non si supera certo con un “fiat”. Si dovrebbe forse procedere per tappe successive, agendo, innanzitutto, sui meccanismi giuridici e funzionali che conferiscano autonomia alle società di gestione. Sarebbe tuttavia lacunoso trascurare che nel mondo dei fondi sono anche presenti problemi di managerialità, di innovazione progettuale, di sviluppo delle risposte alle sfide competitive. L’optimum sarebbe un provvedimento di legge organico che rilanci i fondi, sia per gli aspetti fiscali sia per quelli societario-funzionali, a 25 anni dalla loro introduzione. Conclusi gli approfondimenti promossi nelle diverse sedi, perché ormai il quadro dei problemi è delineato e servono decisioni autonome degli organi a vario titolo coinvolti, si dovrebbe mettere in chiaro, soprattutto ad opera delle autorità di controllo, il “che fare”. La priorità che fosse assegnata, data la fase politica attraversata, a una soltanto delle misure progettate, cioè a quella fiscale, dovrebbe comunque fondarsi anche su passi concreti da compiere per il superamento delle altre criticità.

Pubblicato su L"Unità del 14 febbraio

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