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Spread e Monti

Ecco che si deve fare

COME VOLEVASI DIMOSTRARE, LA PISTOLA DELLO SPREAD È ANCORA CARICA. ECCO COSA DEVONO FARE MONTI E I PARTITI

di Enrico Cisnetto - 07 luglio 2012

Lo spread è di nuovo al punto di prima. È passata solo una settimana da quando il vertice europeo del 28 giugno era stato pomposamente dipinto – specie dagli italiani – come uno straordinario passo avanti nella risoluzione della crisi dell’euro, o comunque importante per fronteggiare la pressione speculativa dei mercati perché si era escogitato un marchingegno anti-spread, ed ecco che il differenziale tra Btp e bund tedeschi è tornato a quota 470 punti. Dopo che soltanto lunedì 2 luglio, in corso di giornata, era sceso a 404 facendo sperare (illudere) che la curva dei tassi stesse imboccando una strada in discesa in modo stabile, se non irreversibile. Naturalmente, quando si tratta di mercato, la prudenza non è mai troppa, e non è detto che presto si possa assistere a qualcosa di diverso dalla retromarcia all’insù a cui abbiamo assistito nelle ultime giornate. Ma eguale prudenza avrebbero dovuto usare coloro che avevano gridato al miracolo dello “scudo anti-spread”, anche con toni ridicoli, come quelli usati per paragonare il risultato ottenuto da “superMario” Monti al vertice contro la Merkel con i due goal di “superMario” Ballotelli contro la Germania che hanno portato l’Italia alla finale degli europei di calcio con l’altra vittima dello spread, la Spagna (decisamente più forte di noi, almeno nel football). E prudenti avrebbero dovuto essere coloro che si sono lasciati andare a critiche sguaiate nei confronti di chi, come il sottoscritto, si era permesso di dire che la montagna aveva partorito il topolino e che quello “scudo”, lasciando inalterati i problemi strutturali che sono alla base della crisi dell’eurosistema, si sarebbe rivelata una ben povera barriera nei confronti dei mercati. Francamente, neppure io avrei pensato che sarebbe bastata una settimana. Invece, eccoci già qui a prendere atto – inequivocabilmente – che l’ombrello protettivo era pure bucato, e non soltanto lo strumento sbagliato. D’altra parte, quando si era visto che a vertice Ue appena concluso i tedeschi avevano cominciato a dire che l’attivazione dello scudo avrebbe comportato automaticamente l’intervento commissariale della troika (Ue-Bce-Fmi), mentre Monti lo negava, e poi subito dopo si è assistito ai crescenti distinguo dei paesi nordici (alleati della Germania nel braccio di ferro interno all’eurozona), è stato chiaro ed evidente che non solo il summit europeo non aveva concluso nulla, ma che non si voleva neppure lasciare a Italia e Spagna quel minimo di contentino politico e d’immagine che a Bruxelles sembrava essere stato concesso. Insomma, punto e a capo. In crisi nera eravamo e in crisi nera siamo rimasti. Con l’aggravante che più passa il tempo e più l’irrisolta questione euro rischia di contaminare l’intera economia mondiale. Così va letto, infatti, ‘allarme lanciato dalla signora Lagarde: per ora la crescita del pil globale viaggia ancora al 3% e quella dell’interscambio mondiale al 3,7%, ma certo alcune frenata denunciate da paesi come Cina, India e Brasile ci dicono come in questa fase per certi versi si rischi persino di più di quanto accadde nel 2008-2009 nel pieno della crisi finanziaria planetaria. Non è un caso, per esempio, che Obama, preoccupato dell’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale che lo riguarda, abbia esercitato e stia esercitando pressioni senza precedenti sui leader continentali perché si decidano a fare l’unico passo che davvero taglierebbe la testa alla speculazione finanziaria sui debiti sovrani, e di conseguenza alla crisi recessiva: la creazione di uno stato federale comune ai paesi dell’euro. Finora senza successo, anche per la scarsa credibilità di chi fa la predica agli altri pur essendo stato (non lui, ma gli Stati Uniti) il piromane che ha appiccato l’incendio e poi non è stato capace (in questo caso Obama stesso) a mettere rimedio alla cause che avevano fatto scatenare il rogo. In attesa che in Europa qualcuno rinsavisca e riscopra di avere gli attributi, ora però la palla torna a Monti. Con la perversione tipica della politica in stile Seconda Repubblica, si era detto prima del vertice Ue che o il presidente del consiglio portava a casa un risultato o a casa sarebbe andato lui. Come se la soluzione del puzzle europeo dipendesse da Monti e se, in caso contrario – cioè in caso il ballo dello spread fosse continuato – il governo che ha messo fine al fallimento del bipolarismo italico non fosse più necessario. Al contrario, io ho sempre sostenuto che tanto più fossero rimasti alti i tassi e tanto più Monti sarebbe stato indispensabile. E così continua ad essere. Semmai, dovrebbe essere il governo e i partiti a cambiare strategia. Monti dovrebbe imboccare, molto più decisamente di qualche timida e a volte persino contraddittoria dichiarazione, la strada del governo federale europeo. In questa direzione le cose da fare sono due: proporre e far votare una mozione parlamentare che solennemente indichi la necessità di avviare i processo di trasferimento di sovranità ad un governo eletto direttamente di cittadini che usano la stessa moneta; indurre altri paesi, a cominciare da Francia e Spagna, a fare altrettanto e così a unire le forze. I partiti, dal canto loro, dovrebbero scrollarsi di dosso la sindrome delle elezioni – si faranno al termine della legislatura, e c’è ancora troppo tempo davanti per usarlo in una sfinente campagna elettorale – e fare tre cose. La prima: spingere e aiutare Monti a imboccare la via degli Stati Uniti d’Europa. La seconda: dare un senso all’ultima scorcio di legislatura impegnando i loro leader nel governo, dando così la sensazione agli italiani, presso i quali la loro credibilità è pari a zero o poco più, che si assumono in prima persona le responsabilità che il momento richiede. La terza: predisporre una fase costituente parallela alla prossima legislatura che finalmente, e nella sede propria, metta mano alle regole del gioco e fondi su basi solide la Terza Repubblica. Mi sforzo di attendere fiducioso.

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