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Public Policy

Intervento malgestito

Eba inopportuna

Necessario un intervento formale del governo contro l'organismo europeo

di Enrico Cisnetto - 11 dicembre 2011

Ha ragione il ministro Passera: l’esercizio (scolastico) dell’Eba sul patrimonio delle banche europee è “malpensato, malgestito e temporalmente sbagliato”, e la pretesa di imporre loro interventi per quasi 115 miliardi tra aumenti di capitale e cessioni di asset “rischia di aggravare la situazione”. Non so quali intenzioni abbiano gli altri paesi, non meno toccati di noi – l’Italia con 15,36 miliardi è al terzo posto dopo Grecia (30 miliardi) e Spagna (26,1), mentre la Germania con 13,1 miliardi e la Francia con 7,3 seguono a ruota – ma credo che sia molto opportuno che il governo italiano intervenga in modo formale contro l’autorità bancaria europea. Occorre assolutamente evitare, infatti, che si pretenda di applicare quelle valutazioni. Ed è bene non lasciare solo all’Abi il compito di organizzare le contromosse, perché siamo di fronte ad un problema politico che va affrontato nelle sedi comunitarie, quelle stesse dove si discute della sorte dell’euro. E’ evidente, infatti, che se attuate – e ancor peggio se tutte insieme – le ricapitalizzazioni imposte dall’Eba prosciugherebbero radicalmente il mercato, con un conseguente credit crunch ben più grave di quello già in atto. Così lo sviluppo andrebbe a farsi benedire, e una volta finiti in piena recessione la riduzione dei debiti sovrani non potrebbe che farsi solo chiamando in soccorso i capitali cinesi. La mia non è una difesa corporativa delle banche, che se hanno toccato quota 100 miliardi di sofferenze qualche colpa (almeno in vigilando) pure ce l’hanno. Ma francamente, quando l’Eba sostiene che esse vanno ricapitalizzate perché i titoli di Stato detenuti nei loro portafogli debbono essere messi a bilancio in base al criterio del “mark to market”, cioè al prezzo che hanno sul mercato al momento in cui si chiude l’esercizio, ben sapendo che quelle minusvalenze sono solo teoriche perché verrebbero davvero realizzate solo nel caso in cui quei titoli fossero venduti prima della scadenza, allora viene da pensare che siamo nel campo o della demenza o in quello della cattiva fede (e non so cosa sia peggio).

Anche perché il vero rischio che le banche corrono è quello di un eventuale default di un paese di cui possiedano titoli, ma in quel caso altro che ricapitalizzazione…. Se poi si aggiunge che quei geni dell’Eba non hanno usato quel criterio di “contabilizzazione” per gli investimenti in titoli privati “level 3”, laddove invece si annidano moltissimi titoli tossici, specie americani, si capisce ancor meglio quanto sia cervellotica questa forzatura. Infine, c’è un’altra valutazione da fare, che saggiamente viene sollecitata dal governatore della Banca Centrale austriaca, Ewald Nowotny: il livello di patrimonializzazione richiesto per il 2012 (il 9% di coefficiente “core tier 1”) non può essere considerato in modo omogeneo per tutte le banche, perché un conto sono quelle a prevalente se non esclusiva vocazione retail, che corrono rischi limitati, e un altro quelle maggiormente orientate alla finanza, che possono guadagnare ma anche perdere molto di più. Trattarle allo stesso modo è un errore strategico, prima ancora che una scorrettezza. Pensare che le banche possano fallire perché detengono troppi titoli di Stato è ridicolo e tragico nello stesso tempo. Si può dire tutto dei banchieri, ma non che questo sia un azzardo morale. Presidente Monti, batta un colpo.

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