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Alitalia, la bandiera della compagnia italiaca

E’ necessaria una terapia dolorosa

Il problema è tutto politico. Servono strategie per far decollare l’azienda

di Davide Giacalone - 06 marzo 2008

Che si parli di Alitalia, nel corso della campagna elettorale, è opportuno. Quando si dice che deve essere il mercato a decidere, però, ci si limita ad uno slogan privo di senso, tipico di quelli che il mercato lo citano ma non lo conoscono. Il problema è politico, perché il mercato, di suo, ha già deciso ed ha già fatto fallire Alitalia. Il problema è politico perché la proprietà è in mano pubblica, pur essendo la società quotata (ed animali misti di questo tipo dovrebbero essere estinti); perché il governo ha cercato di venderla con una gara mal concepita e che ha, come da noi previsto, abortito; perché ha poi insistito avviando una trattativa privata, da ultimo con la sola Air France. La faccenda, dunque, è ben poco di mercato. Ma neanche può essere affrontata con la canzone del Piave, o solo ribadendo che deve restare una compagnia di bandiera, perché anche questo non è pregno di significato.

Alitalia, così com’è, non regge. In altri Paesi europei si è preferito far fallire le compagnie di bandiera, in modo da far risorgere aziende sane e profittevoli, senza pendenze con il passato. Una terapia dolorosa, ma utile. Mantenere in falso equilibrio Alitalia conservandole tratte interne a prezzi folli è comunque doloroso (per l’Italia che lavora e paga troppo), ed è anche inutile. Il ragionamento da svolgersi è diverso: l’Italia è un Paese a fortissima vocazione turistica, ma che pur avendo una compagnia di bandiera vede il turismo internazionale scegliere mete diverse. Le ragioni di questo declino turistico non sono certo nella diminuita bellezza paesaggistica o nel diminuito valore artistico e culturale (siamo il più grande giacimento del mondo), ma risiedono proprio nella gravissima carenza infrastrutturale, a partire proprio dai trasporti. Ci sono luoghi paradisiaci che si possono raggiungere solo con mezzi infernali, e dannatamente costosi.

Gli italiani stessi sanno che è più facile, più organizzato e meno costoso raggiungere il mare ai tropici che frequentarlo su coste italiche che, dalle loro città, appaiono più lontane. Se, dunque, si affronta il problema nel suo complesso, ci può anche stare che si chieda alla collettività di sopportare un costo nel reggere una compagnia aerea, mettendo in evidenza il guadagno che casca nell’altra mano. E lo si può fare non solo senza conservare la proprietà pubblica, ma anche meglio dismettendola. Ma se il problema è limitato a quella singola società, se la si prende come monade economica non integrata in un progetto di sviluppo, allora si è già dato, anche troppo.

Alcuni sollevano un problema diverso, evidenziando che la compagnia di bandiera serve meglio l’economia reale, il mondo della produzione. La cosa, però, mal si concilia con il fatto che quel mondo si serve sempre meno di Alitalia. Mal si concilia con la masochistica autoesclusione dalle direttrici della Tav. Mal si concilia, anche dal punto di vista aeroportuale, con il fatto che dal nord Italia (ma direi anche dal resto del Paese) per le tratte più lunghe si utilizzano scali che già si trovano all’estero. Anche qui, si può pensare di fare uno sforzo per riportare il baricentro in un luogo a noi più vicino, ma sempre a patto che per raggiungerlo non ci voglia più tempo che per volare in un altro continente, che per parcheggiare non ci vogliano più soldi che per decollare, che ci siano mezzi pubblici in grado di collegare con più centri cittadini e che non siano delle tradotte della disperazione.

Se si hanno idee da mettere su questo tavolo, siano le benvenute, specie se accompagnate da conti che tendano a quadrare. Se, invece, ci si limita alle frasi fatte vuol dire che ci terremo dei trasporti sfatti ed un’Alitalia che sarà sempre più una bandiera della compagnia (italiaca), piuttosto che una compagnia di bandiera.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario