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Il primo bollettino trimestrale di Mario Draghi

E la politica ci risparmi la demagogia

Al silenzio elettorale di Prodi e Berlusconi, seguono le cifre allarmanti di via Nazionale

di Enrico Cisnetto - 17 marzo 2006

Per fortuna che c’è la Banca d’Italia. E’ cambiato il timoniere, ma i giudizi espressi dall’istituto centrale sulla politica economica sono rimasti pressoché identici, a conferma del fatto che il declino non è un’invenzione di qualcuno. Serviva una scossa violenta per risvegliare l’opinione pubblica dal torpore causato dal confronto televisivo Berlusconi-Prodi, vuoto di riferimenti a progetti per il futuro. Ma non credo che basti il richiamo ufficiale di ieri del Governatore Draghi a convincere la nostra classe politica che è arrivato il momento di produrre uno “sforzo di lunga lena” – così l’ha definito Bankitalia – per invertire la rotta del declino.
Eppure i numeri dell’economia italiana fanno paura da ben prima dell’emissione dell’ultimo bollettino di guerra. Quelli del debito pubblico, anzitutto, il cui rapporto con il pil nel 2005 ha raggiunto il 106,4% e si avvia quest’anno spedito verso quota 110%. Poi la spesa pubblica corrente – ormai del tutto fuori controllo – cresciuta del 4% rispetto al 2004, in barba al famoso tetto del 2% che il Tesoro aveva copiato da Gordon Brown. E guarda caso, Bankitalia punta il dito anche sulla spesa degli enti locali, ultimo regalo di quel federalismo fiscale che non ha fatto altro che aumentare i livelli di amministrazione pubblica, facendo sì che il fiume del gettito delle casse statali si perdesse in innumerevoli rigagnoli spreconi ed inutili. Infine, l’indebitamento delle famiglie, quasi raddoppiato in dieci anni e che ha raggiunto quota un terzo del pil. Di per sé non sarebbe un dato allarmante – è comunque più basso della media europea – ma il ritmo di crescita comincia a preoccupare, visto che si sposa con la crescita zero.
Il severo giudizio di Bankitalia sullo stato di salute della nostra economia fa il paio con quello del Fondo monetario internazionale, che di fatto ha bocciato sia Prodi sia Berlusconi, responsabili di aver buttato al vento la chance di rilancio offerta dalla stagione, purtroppo ormai al termine, dei bassi tassi d’interesse. I protagonisti del nostro sgangherato bipolarismo non hanno avviato né riforme strutturali che rendessero più dinamica l’economia, né tanto meno politiche efficaci per l’almeno parziale risanamento dei conti pubblici, ancora e sempre più in affanno.
Oggi e domani Prodi e Berlusconi torneranno a confrontarsi, questa volta separatamente: dovranno rispondere alle domande degli industriali, riuniti a Vicenza. Montezemolo ha già detto che stiamo assistendo alla “più lunga e brutta” campagna elettorale del dopoguerra. Gli imprenditori sono fortemente preoccupati perchè quest’ultimo decennio ha prodotto stagnazione, perdita di produttività e competitività, deindustrializzazione, riduzione delle nostre quote di commercio mondiale e finanza pubblica ben lontana da un risanamento strutturale. In una parola, vogliono governabilità. Come faranno queste coalizioni, con gli stessi leader del 1996, a mettersi d’accordo sulle regole del gioco, premessa indispensabile per un vero governo del Paese? Ovviamente Bankitalia e Fmi si limitano a fornire la ricetta delle riforme strutturali, non certo quella di un sistema politico che sia in grado di realizzarle. E anche Confindustria, proponendo cinque punti programmatici, sta un passo indietro rispetto alle scelte elettorali (checché ne dica il premier). Ora sta a Prodi e Berlusconi capire che con la litania delle promesse non si conquista il consenso, né tantomeno il convincimento, delle forze produttive. E’ demagogico promettere un taglio di cinque punti del cuneo fiscale senza dire con cosa si rimpiazzano i 10 miliardi di minori entrate, come fa l’Unione. Ed è populista raccontare che aumenteranno i consumi perchè si vogliono portare le pensioni minime a 800 euro, per un costo che può variare tra i 5 e i 30 miliardi (a seconda delle modalità), anche qui senza indicare minimamente la copertura, come fa la Cdl. Ma sapranno i due candidati a palazzo Chigi parlar d’altro? Ho paura che il silenzio continuerà a tacere verità scomode.

Pubblicato su Il Messaggero del 17 marzo 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario