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Le mosse sbagliate dei democrats

E il Pd superò il record di errori

I passi falsi di un partito ancorato al passato

di Enrico Cisnetto - 14 marzo 2011

Il Pd aveva un solo modo di affrontare la riforma della giustizia messa in campo – finalmente – dal governo: proporne prima una propria. Non quattro chiacchiere alla buvette, ma una proposta organica messa nero su bianco. Ed era, se è vero che alla guida del partito ci sono i riformisti, l’unico modo per tagliare le gambe, politicamente parlando, tanto ai Vendola quanto ai Di Pietro e ai De Magistris.

Anzi, Bersani aveva una chances ancora più significativa: inserire quella proposta, inevitabilmente di carattere costituzionale, nel cesto di altre necessità di cambiamento della Costituzione, e proporre a Berlusconi – cosa che sicuramente lo avrebbe spiazzato – di convocare un’Assemblea Costituente che potesse sia rammendare i tanti strappi fatti alla Carta in questi anni con riforme a colpi di maggioranza (titolo V della Costituzione) o con forzature della prassi (l’indicazione del premier sulla scheda elettorale, tanto per dirne una). Invece, pur avendo avuto tutto il tempo che voleva avanti a sé, il Pd non ha fatto né l’una né l’altra cosa.

Infatti, sarebbe stato logico che la riforma “epocale” della giustizia Berlusconi la proponesse il primo giorno della legislatura, essendosi già fatto colpevolmente scappare i cinque anni precedenti. Ma quando così non è stato, sia per metterlo in mora sia perché comunque una riforma era necessaria per il Paese, il Pd avrebbe dovuto cogliere l’occasione. Così non è stato. Anzi, i democratici si sono fatti risucchiare nel gorgo dell’anti-berlusconismo fino a sperare che il premier cedesse sotto i colpi sia delle inchieste giudiziarie che riguardano la sua vita privata sia della neo-opposizione di Fini.

E hanno perso quattro volte. Primo perché Berlusconi è ancora lì e si sono invece consumati sia lo strumento della creazione di una maggioranza alternativa in questo parlamento, sia del ricorso alle elezioni anticipate. Secondo perché hanno via via lasciato il campo alle componenti massimaliste e giustizialiste della sinistra, lasciando che i riformisti si scannassero tra loro secondo la reiterazione di vecchi schemi, come la contrapposizione D’Alema-Veltroni o quella ex comunisti-ex popolari. Terzo perché non hanno contribuito a chiudere la partita ancora aperta quasi vent’anni dopo Tangentopoli del rapporto tra magistratura e politica, anomalia di cui tra l’altro è figlio, e ben pasciuto, proprio il “nemico” Berlusconi. Quarto perché non si sono precostituiti le condizioni per evitare che una volta tornati al governo, se e quando sarà, non ricapiti loro quanto accaduto nel 2008 con il “caso Mastella”.

Anzi, peggio ancora. Per l’ennesima volta hanno fatto la figura degli ottusi conservatori, subordinati alla corporazione dei magistrati – che non occorre demonizzare per riformare la giustizia malata – regalando ancora una volta a Berlusconi l’esclusiva del rapporto con quel popolo dei moderati (maggioritario nel Paese) che avrebbe voglia di non votare più il Cavaliere del conflitto d’interesse e delle norme ad personam, oltre che dei comportamenti poco commendevoli, ma che fatica a trovare l’alternativa e nelle urne continua a usare il criterio del “meno peggio”. Cioè esattamente quello che il premier voleva con la mossa “epocale”, che come ha giustamente osservato Stefano Folli è soprattutto un’operazione politica ben congegnata. Nei confronti della quale la sinistra si è prestata a recitare il ruolo dell’utile idiota, cadendo nella trappola con le mani e con i piedi.

Bersani si aspettava il solito menù di indigeribili norme su misura, e invece Berlusconi gli ha scodellato la grande architettura costituzionale, e chissenefrega se ci vorranno quattro “letture” di Camera e Senato e il vaglio di un referendum, cioè anni (in cui il grado di efficienza del sistema giudiziario rimarrà quello disastroso che è).

Nell’immediato il Cavaliere è uscito dall’angolo, dando la sensazione di essere ancora in grado di passare alla controffensiva, e al suo posto ci ha spinto i fessacchiotti. Che hanno visto raddoppiata la loro difficoltà dal fatto che la riforma Alfano, nel merito, appare complessivamente assai ragionevole e soprattutto abbondantemente debitrice della vecchia “bozza Boato”, purtroppo inghiottita nel gorgo del fallimento della bicamerale del ’97-98 presieduta da D’Alema. Cioè una proposta che veniva dalla sinistra, ancorché da un garantista doc.

Da questa vicenda occorre trarre due diverse morali. La prima riguarda l’atteggiamento da tenere di fronte alla riforma: se il Pd non trova la forza e la lucidità per capire che mantenere la rigidità tutta politica fin qui mostrata – della serie noi siamo all’opposizione e quindi contrari per definizione – significa regalare punti a Berlusconi, non faccia lo stesso errore l’altra opposizione, quella terzista. La cautela mostrata da Casini è un buon segnale, ma occorre fare di più, rilanciare alla grande secondo il motto “a epocale, epocale e mezzo”.

La seconda conseguenza spetta ai riformisti del Pd tirarla. Quelli che hanno già manifestato imbarazzo per la posizione schematica, da riflesso condizionato, assunta dal loro partito, ma anche quei tanti che finora hanno taciuto ma certo non sono contenti di apparire il partito di Palamara subordinato alle leadership vocianti delle componenti minoritarie del centro-sinistra.

Ed è molto semplice: così il Pd non può andare avanti. Vittima dell’idea sciocca che si possa far politica con il solo strumento dell’antiberlusconismo, debitore di leadership altrui, povero di proposte, dilaniato al proprio interno. Basta. E’ venuto il momento che nell’area del centro-sinistra nasca una “cosa nuova”, riformista, liberale ma non liberista, garantista. Chi è interessato alzi la mano.

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