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Il crollo delle borse e la globalizzazione

E il mondo scoprì la finanza cinese

Ci voleva l’effetto domino creato da Shangai per accorgersi del colosso asiatico

di Enrico Cisnetto - 28 febbraio 2007

Un evento eccezionale, che segna una tappa fondamentale nel processo di globalizzazione. Del crollo delle Borse di ieri quello che colpisce non è tanto la portata – che pure non è trascurabile: Milano ha perso il 3%, 270 sono i miliardi “bruciati” in Europa – e neppure che, con effetto domino, abbia colpito tutti i mercati del mondo, riconfermando l’adagio secondo cui “un battito d’ali di farfalla a Tokio fa crollare un grattacielo a New York”. No, di straordinario c’è che stavolta a crollare sia stata la Borsa di Shanghai (-9%, peggior risultato degli ultimi dieci anni), e che tutte le grandi piazze finanziarie internazionali, Wall Street compresa, l’abbiano seguita a ruota. Ma come, la Cina non era forse un paese emergente con un mercato finanziario ancora da terzo mondo? Ieri, anche l’ultimo dei provinciali abituato a pensare l’Asia come l’officina povera dei paesi sviluppati, ha dovuto aprire gli occhi di fronte ad una realtà ben diversa: la Cina – come l’India, la Corea e altri paesi dell’Oriente più produttivo – è il centro dell’economia mondiale, sia di quella reale (e fin qui qualcuno più avveduto se n’era accorto) sia, da ora, di quella finanziaria. Finora questo ruolo di “farfalla” che con la sua forza condiziona, nel bene e nel male, i destini globali era riservato solo alla Borsa di New York, dalla quale passa circa il 60% di tutte le transazioni finanziarie mondiali. In Europa solo Londra poteva avere, in certi casi particolari, un’influenza simile. Adesso, invece, basta che le autorità di Pechino decidano una stretta sugli investimenti troppo a rischio – che effettivamente a Shanghai e Shenzen hanno creato situazioni illegali e alimentato una grossa bolla speculativa – perchè s’inneschi una reazione a catena che fa crollare le due Borse cinesi e trascina al ribasso il resto del mondo. Certo, hanno pesato altri fattori, dalle fosche previsioni dell’ex numero uno della Federal Reserve, Alan Greenspan – che ha pronosticato una recessione negli Usa a fine anno – alla necessità degli operatori, specie in Europa, di trovare la giusta occasione per dare una ridimensionata al valore dei titoli, che negli ultimi mesi si sono spinti ben oltre il livello dei fondamentali delle economie reali e dei risultati delle società quotate. E gli operatori sono convinti che quella di ieri si rivelerà una breve parentesi, peraltro salutare, nella corsa al rialzo delle Borse. Ma tutto questo non toglie che per la prima volta tutti – americani ed europei in primis – abbiano potuto toccare con mano, guardando il proprio portafoglio sgonfiarsi, cosa significhi davvero la globalizzazione e quali sia il peso della Cina nell’economia del Terzo Millennio.

Pubblicato su Il Messaggero di Mercoledi 28

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