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Grecia.

E' finita l'era dell'Euro?

Dai destini del paese ellenico dipende il futuro di un continente.

di Enrico Cisnetto - 18 maggio 2012

Ha ragione il presidente Monti, siamo ancora nella “fase uno”. A dircelo non sono solo i 450 punti di spread – un indicatore che sarà anche una fastidiosa “dittatura”, come dice Vegas, ma che resta pur sempre il termometro con cui si controlla il grado di pressione speculativa esercitata dai mercati sui titoli del nostro debito pubblico, e di cui dunque occorre tener conto – ma è, soprattutto, lo scenario di un’Europa che, essendo sempre più vittima dei suoi limiti ed errori, fa i conti con la progressiva trasformazione della crisi finanziaria in crisi politica. Perché, laddove si vota, i cittadini non esitano a punire i governi in carica e a premiare le formazioni più estremiste – siano esse populistiche, localiste, massimaliste – tutte aduse ad un linguaggio di rottura e portatrici di pulsioni anti-europeistiche e soprattutto anti-euro. Nella fotografia dell’Europa che prepara il suo suicidio si vede, da un lato, la Grecia, che si avvia in un clima plumbeo a nuove elezioni e il cui destino nell’euro sembra davvero segnato se anche il Fondo Monetario, per bocca della Lagarde, sostiene apertamente che occorre prendere in considerazione l’opzione di un’uscita, che però auspica sia almeno “ordinata” per renderla meno onerosa visto che sarebbe comunque straordinariamente costosa e gravida di grandi rischi. Dal lato opposto della picture c’è la Germania, che mentre l’Ue viaggia in media a crescita zero e con alcuni paesi in profonda recessione, si rimette a correre (+0,5% nel primo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti) dopo la frenata (-0,2%) dell’ultimo trimestre del 2011. In mezzo ci siamo noi, che non siamo certo nelle condizioni della Grecia, ma d’altro canto vediamo i tedeschi sempre più lontani, considerato che l’Italia con il suo -0,8% denuncia un differenziale di crescita con la Germania di 1,3 punti e ha raggiunto i nove mesi consecutivi di recessione. Tra Italia e Grecia ci sono Portogallo e Spagna, le cui crisi sono destinate a diventare irreversibili se Atene sarà lasciata fallire e accompagnata alla porta dell’eurosistema. Ora, ditemi voi se in queste condizioni è pensabile che la moneta unica riesca a sopravvivere, almeno così come l’abbiamo conosciuta. Io lo escludo. Intanto, si illude chi crede che tutto si risolva costringendo i greci a tornare alla dracma: a parte il fatto che costerebbe una montagna di quattrini a noi (sicuramente più di quelli che sarebbero serviti a salvare Atene due anni fa, all’inizio della crisi) e non servirebbe a loro (non hanno export e i grandi capitali sono già fuggiti, ne trarrebbe vantaggio solo il turismo ma il 60-70% di svalutazione ridurrebbe sul lastrico il ceto medio e darebbe la mazzata finale ai poveracci), ma segnerebbe l’inizio della fine dell’unione monetaria, declassata a puro sistema di cambio e dunque destinata a perdere credibilità e ruolo (a favore del dollaro). Inoltre il pericolo che alla Grecia seguano altri paesi è altissimo – e l’Italia non può certo sentirsi al riparo – e questo accentuerebbe la fine del fondamentale principio di irreversibilità della moneta unica, che non a caso non prevede way-out. Ma anche se alla fine si riuscisse a metterci una pezza, e la Grecia restasse nell’euro, l’attendibilità dell’eurosistema ne uscirebbe fortemente compromessa. Intanto perché ci sono voluti due anni per (non) gestire la crisi, e poi perché tutti i rimedi, quelli sperimentati e quelli ipotizzati, non sono per nulla sistemici. Fin qui l’unico vero intervento è stato quello della Bce verso le banche – che in Grecia è stato poco efficace perché non è il sistema bancario il punto debole di Atene – mentre le idee per il futuro non vanno oltre gli eurobond e la golden rule. Solo che i primi avrebbero lo stesso difetto genetico dell’euro: mancherebbero di padre, visto che dovrebbe essere uno Stato – in questo caso gli Stati Uniti d’Europa, che non esistono – a intestarsi il debito federale. E la seconda, tecnicamente attuabile anche se andrebbe ben specificato quali investimenti pubblici dovrebbero rimanere dal calcolo del disavanzo, calmiererebbe un po’ la cattiva congiuntura ma non risolverebbe alcuno dei problema strutturali che hanno determinato la crisi dell’euro. Insomma, l’unico modo per uscire da questo maledetto empasse non è quello, molto in auge negli ultimi tempi, di contrapporre all’ottusità rigorista dei tedeschi (che tale è, sia chiaro) un micidiale impasto fatto per il passato di sostanziale assoluzione dei “paesi cicala” – qualcuno dovrà pur ricordare che la Grecia ha truccato i conti ed è vissuta allegramente ben al di sopra del reddito prodotto con lo scarso e dequalificato lavoro dei suoi abitanti – e per il presente e futuro di un ritorno al deficit spending. No, qui occorre fare un salto in avanti. E rimediare all’errore commesso dai padri costituenti dell’euro: costituire un governo federale che consenta di omogeneizzare le politiche economiche, di unificare il debito e di dare alla Bce Magari con un programma a tappe che assicuri la necessaria gradualità, ma senza questa svolta l’unica cosa certa sarà la fine dell’euro, e con esso dell’opulenza del continente (finora) più ricco e civile del mondo

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario