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Verso il 2013

E dopo le primarie?

Le primarie del Pd rischiano di essere fuorvianti. La realtà dice che Bersani rischia di perdere le elezioni e Renzi di fare la fine di Segni

di Enrico Cisnetto - 01 dicembre 2012

Tra poche ore sapremo se i pronostici sull’esito delle primarie saranno confermati e Bersani, con il decisivo apporto dei voti di Vendola, sarà il cosiddetto “candidato premier” (figura e modalità che, Costituzione alla mano, non esistono) della sinistra. E finalmente si spegneranno i riflettori su una contesa all’americana il cui effetto mediatico – comprensibile, visto che in totale assenza di politica e di democratico confronto di idee e personalità, anche il surrogato è meglio di niente – rischia di far perdere la giusta percezione della realtà. La quale ci dice che alle prossime elezioni il primo partito sarà di gran lunga quello dell’astensione, e che Pd più Sel – pur in presenza del totale disfacimento del centro-destra – potranno ragionevolmente contare su poco più del 30%. Il che, quale che sia la legge elettorale, rischia di rendere improbabile il raggiungimento di una maggioranza sia alla Camera che al Senato. Perché il tema delle prossime elezioni è, come sempre del resto, dove vanno i voti dei moderati.

Assodato che ciò che resta del centro-destra è in grado di trattenerne solo una piccola parte – anche se, forse, un po’ di più di quanto ora non si immagina – può intercettarli il Pd? I sondaggi hanno detto chiaramente, e in modo univoco, che potrebbe farlo Renzi ma non il duo Bersani-Vendola. Ma siccome le probabilità che la prima circostanza si avveri sono minime, è evidente che rischia di accadere quanto sopra immaginato. Da questo punto di vista, contrariamente a quanto di solito mi capita, non condivido l’analisi che Luca Ricolfi ha fatto ieri sulla Stampa. Primo perché Ricolfi assegna al disegno di Bersani possibilità che francamente non vedo. Secondo perché delinea, dopo le primarie, una diarchia tra la componente socialdemocratica (ma non è un po’ tardi?) di Bersani e quella che lui definisce di “sinistra liberale” (ma non è un po’ presto per rilasciare una patente così impegnativa?) di Renzi, capaci di convivere e sommare voti di provenienza diversa. Al contrario, credo che ben pochi moderati si accingano a votare il Pd perché ha Renzi al suo interno, e in posizione di minoranza.

Arturo Parisi sostiene che in tutti i casi si è messo in moto un processo irreversibile di trasformazione dei democratici in qualcosa di diverso che il Pci sotto altro nome. Ricordo che aveva detto la stessa cosa quando con Prodi fu stabilito il ticket per cui gli ex comunisti gestivano il partito e l’ex democristiano li rendeva accettabili agli occhi degli elettori e dei partner internazionali. Sappiamo come è andata. E comunque ricordo che anche in quel caso il centro-sinistra non vinse (2006), ma pareggiò, e che non tenerne conto illudendosi che la vittoria fosse stata piena è stata la causa di molti mali.

Allo stesso modo, sono convinto che il sindaco di Firenze – una volta che avesse incassato la vittoria politica e la sconfitta numerica alle primarie – rischierebbe di fare la fine di Mariotto Segni (copywrite di Davide Giacalone) se non trovasse una collocazione autonoma, fuori dal partito. Certo, sarebbe stato molto più forte se il gesto lo avesse fatto prima, al momento in cui è emerso che alle primarie avrebbe partecipato anche la sinistra radicale con Vendola. Dissociarsi da quella scelta politica, uscire dal Pd e mettersi al centro del ring, avrebbe consentito a Renzi non solo di creare quel “partito che non c’è” – e che tuttora, a ormai pochi mesi dalle elezioni, ancora non si vede – ma di “rottamare” in modo definitivo il vecchio sistema politico bipolare (questo sì che merita di essere messo in soffitta) spaccando tanto il Pd quanto il Pdl. Così, invece, anche se Renzi dovesse perdere il ballottaggio con un ottimo risultato (per esempio il 45%), lunedì mattina si troverebbe di fronte al dilemma se mettersi in un angolo in attesa di una prossima occasione che vista l’età non dovrebbe mancargli – glielo auguro, ma appunto occhio alla storia di Segni… – oppure se fare in quel momento ciò che avrebbe potuto fare con maggiore risultato prima, pur col rischio di passare, ora, come il bambino che frigna perché qualcuno gli ha sottratto il giocattolo. Io spero che faccia comunque la scelta coraggiosa di creare una lista che rompa lo schema bipolare che, a maggior ragione con il riaffacciarsi sulla scena (ma quando mai se n’era andato?) di Berlusconi, torna ad essere l’unica merce (avariata) che la politica offre agli italiani. Lo spero e lo incito a farlo, ma se debbo essere sincero ci credo poco.

Tuttavia, dalla scelta di Renzi – e da quella di Monti che, come dicevamo sabato scorso, deve decidere se fare la riserva della Repubblica (Quirinale, palazzo Chigi solo in caso di mancanza di vincitori) oppure se rompere gli indugi e affrontare gli elettori diventando un vero soggetto politico – dipendono gli esiti delle elezioni e le sorti della prossima legislatura. Perché in base a queste scelte meglio si potrà capire articolazione, forza e ruolo del centro politico, che a dispetto di chi considera già tutto scontato, sarà comunque determinante. La speranza è che sappia esserlo per cominciare a scrivere la pagina finora bianca della Terza Repubblica, e non solo per rendere meno traumatico il proseguimento della lunga e travagliata transizione chiamata Seconda Repubblica.

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