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Economia. Politica. Società.

E' allarme

Si salvi chi può, il “sistema Italia” non tiene più.

di Enrico Cisnetto - 18 maggio 2012

Si salvi chi può, il “sistema Italia” non tiene più. Prima di tutto non tiene il sistema politico, che si ostina a non prendere atto del fallimento della Seconda Repubblica – è lo stesso atteggiamento che ha impedito di fermare per tempo l’inutile alternanza tra due poli caratterizzati da difetti genetici speculari – e pur di fronte all’evidente perdita di credibilità agli occhi degli italiani, continua a balbettare con il solo scopo di procrastinare la sua completa auto-distruzione.

Le questioni più evidenti sono quelle che riguardano le regole di finanziamento dei partiti, la composizione delle camere, la legge elettorale e più in generale tutto ciò che ha a che fare – giusto o sbagliato che sia – con il tema della cosiddetta “casta”. Punti, questi, su cui si sta mettendo in scena un vero e proprio suicidio di massa da parte dell’intero ceto politico, compresi quei pochi che vorrebbero fare le dovute riforme, cui però spetta ora il compito di azioni dimostrative eclatanti se vogliono tentare di sottrarsi al rito sacrificale collettivo.

Ma è chiaro che le vere questioni su cui il sistema politico si è ridotto a farsi imputare, esponendosi al pubblico ludibrio, il proprio status e i relativi privilegi – domandarsi: perché quando le cose vanno bene, non succede? – sono quelle relative a tutto ciò che potremmo definire “non governo”. Dell’economia, prima di tutto, ma anche della giustizia, dell’amministrazione della cosa pubblica in tutti i suoi aspetti, nazionali e locali. Insomma, sull’intera gamma delle materie che fanno parte di un programma di governo. È qui che è caduto l’asino.

Per vent’anni – a partire cioè da una stagione maledettamente somigliante a quella che viviamo ora, anche se questa è infinitamente peggiore – agli italiani sono state raccontate una montagna di fregnacce. Non si è detto loro, per esempio, che il mondo stava cambiando in modo radicale per effetto di accadimenti epocali: da un lato, la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia (così forte che poi produrrà a partire dall’estate del 2007 una catastrofica crisi mondiale), la rivoluzione tecnologica e la creazione dell’euro con il relativo stravolgimento di tutti i paradigmi economici; dall’altro lato, la fine degli assetti geo-politici decisi a Yalta, dovuta dopo la caduta del muro di Berlino dalla scomparsa del comunismo, che ha modificato il ruolo internazionale dell’Italia.

Invece che discutere di come riorganizzare il Paese di fronte a questi stravolgimenti, prendendo le conseguenti decisioni, ci siamo accapigliati su “Berlusconi sì, Berlusconi no”, rimanendo inerti. Così non si è detta la verità, un po’ per paura che fosse impopolare, ma soprattutto per ignoranza – molti non hanno capito ancora adesso cosa sia successo – e per totale mancanza di idee su come affrontarla.

E disconoscendo la realtà, i governi altro non potevano fare che mostrarsi incapaci di guidare i processi di cambiamento. Con il risultato che il non-governo ha portato declino, e quest’ultimo, a lungo andare, ha mandato in cortocircuito le contraddizioni su cui era stato costruito nei decenni precedenti il benessere diffuso degli italiani. Le architravi su cui si reggeva il nostro vivere ben al di sopra delle nostre possibilità, prima sono marcite, ora stanno crollando.

E qui siamo al secondo pezzo del “sistema Italia” che sta cedendo di schianto: il sistema economico. Dopo l’avvento dell’euro siamo riusciti in qualche modo a mettere rimedio alla mancanza di quel formidabile additivo competitivo che per anni è stata la svalutazione della lira, facendo crescere un pezzo di capitalismo internazionalizzato, specie nei settori di nicchia, capace di esportare tanto il classico made in Italy quanto i macchinari di altissima tecnologia. Ma per il resto è stato un disastro: capitalismo assistito, interi settori privi di reale concorrenza, terziario di scarsa qualità, apparati pubblici e para-pubblici mostruosamente grandi e pesanti.

Cui si aggiunge debito pubblico altissimo, spesa pubblica al 52% del pil, economia sommersa, evasione fiscale di massa. Era questa economia malata, produttrice di reddito “virtuale”, che andava profondamente riformata prima che la crisi mondiale travolgesse tutti. Non avendolo fatto, prima (anni Novanta) abbiamo prodotto meno ricchezza degli altri, poi (anni Duemila) abbiamo avuto la “crescita zero”, quindi (dal 2008 in poi) una lunga e pesante recessione. Se a questo si aggiunge che la pressione speculativa sui debiti sovrani europei ci ha messo tra i candidati al default (rischio misurato dallo spread) e ha fatto esplodere le contraddizioni dell’eurosistema, ecco spiegato perché tutti i nodi sono venuti al pettine e quel “vivere al di sopra delle nostre reali possibilità” su cui abbiamo sempre giocato sta scomparendo. Sì, abbiamo un bel patrimonio accumulato – anche se è fatto al 70% di immobili, e oggi la mancanza di domanda sta facendo crollare i valori – ma ce lo stiamo letteralmente mangiando.

E qui siamo al terzo e ultimo architrave del sistema paese che sta cedendo, il welfare nostrano. Costruito sui redditi gonfiati dall’economia di panna montata, con diritti acquisiti talmente diffusi e aspettative talmente crescenti da rendere difficile la sua razionalizzazione, oggi presenta dei conti – specie nella sanità e nella pubblica amministrazione – che non sono più saldabili. Sono finiti i soldi, saltano tutte le compatibilità. Cioè proprio nel momento in cui, con la recessione in atto e la fine di un modello di sviluppo insano, i servizi e l’assistenza sociale sarebbero più necessari.

Guardando a questo scenario, in cui una politica screditata dovrebbe chiedere a cittadini che per anni sono stati ingannati e illusi di accettare i sacrifici necessari per rimediare alle cause della crisi economica e ai difetti dello stato sociale, squilibri di cui fino a ieri hanno beneficiato, non è difficile immaginare che siano inevitabili due conseguenze, che corrisponde ad altrettanti stati d’animo diffusi nel Paese: il tirare i remi in barca dei delusi e sfiduciati, che pur avendo una situazione personale e famigliare tranquilla non ne hanno più voglia ed evitano di spendere come di investire (figuriamoci di progettare il futuro); l’esplodere della rabbia degli incazzati, di cui abbiamo ogni giorno di più evidenza (dai suicidi alle intimidazioni a Equitalia, fino all’estremo del ritorno del terrorismo). Gli uomini di buona volontà e consapevoli dei rischi che stiamo correndo, si uniscano prima che sia troppo tardi. (twitter @ecisnetto)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario