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Non facciamoci depredare

Dumping intellettuale

Abbiamo colpevolmente smesso di puntare forte sui nostri talenti

di Davide Giacalone - 21 novembre 2011

Mentre rallenta (e quasi si ferma) la spinta alla delocalizzazione delle imprese italiane, tesa a portare la produzione dove la forza lavoro costa di meno, accade che un gigante cinese ha deciso di localizzare a Milano il suo più avanzato centro di ricerca. E’ un fatto positivo, di cui, però, faremmo bene a leggere tutti i risvolti, senza ipocrisie e vergogne: da noi ci sono giovani ad altissima preparazione e basso costo. Vendiamo a poco la nostra ricchezza più preziosa, senza essere in grado di comprendere la lezione che ne deriva.

Huawei è una multinazionale cinese delle telecomunicazioni, già presente in Italia e già fornitrice per tutte le reti. L’Italia è il Paese in cui la telefonia wireless ha avuto l’espansione più rapida e la penetrazione più capillare, quando ancora il telefono cellulare era considerato un’eccentricità. Gli italiani hanno dimostrato una straordinaria propensione all’innovazione e all’assorbimento di prodotti innovativi, mentre la società che gestiva il servizio (era ancora la Sip), incassava alla grande, investiva nelle reti e giocava un ruolo multinazionale.

In pochi anni, grazie a privatizzazioni senza liberalizzazioni e porcherie governative, a favore di gruppi privati e interessi non italiani, siamo riusciti a distruggere tutto. Sicché vengono i cinesi ad investire e, sia chiaro, sono i benvenuti. Sono più che convinto che ciascuno dei due paesi, pur in scala così diversa, rappresenta un’irripetibile occasione per l’altro. Ma qui mi occupo di una questione diversa, partendo dai nostri giovani ingegneri: quelli bravi sono pagati poco, quindi diventano merce appetita. Se ne prendi pochi e li porti all’estero, approfittando delle loro capacità, chi li assume deve pagarli in linea con gli standard vigenti altrove, quindi parecchio. Ma se ne prendi tanti e li tieni a casa loro, raggiungendoli con il centro di ricerca, puoi approfittare del fatto che in Italia i non protetti, i non sindacalizzati, i non operai, costano poco. Così come puoi approfittare del fatto che le università dove si formano costano molto al contribuente, ma poco alle famiglie e alle imprese, quindi la ricchezza che ne esce può essere raccolta senza sforzi. Noi dovremmo reagire intanto premiando quelle facoltà capaci di attirare investimenti come quello di Huawei, il che significa cancellare la superba cavolata del valore legale del titolo di studio, finanziare maggiormente chi produce maggior valore, chiudendo il rubinetto dell’ossigeno a chi produce laureati senza valore. Così facendo potremmo chiedere alle imprese private di contribuire alle spese per la formazione della loro forza lavoro pregiata, il che significa avvicinare l’università al mondo dell’impresa e i soldi dell’impresa all’università. Ciò fa inorridire i custodi della sacralità umanistica e universitaria, ovvero quegli stessi che sono riusciti a tutelare sé stessi, ridurre l’Italia a Paese con troppo pochi laureati e assistere al fatto che la Cina ci supera non solo nella produzione (che ci si può stare), ma anche nella formazione dei musicisti (il che dovrebbe far pensare, seriamente). In tanti parlano senza sapere quel che dicono, talché credono noi si sia una specie di paradiso della cultura e della competenza, disposto a compare ciabatte cinesi, ma anche pronto a condannare il “dumping sociale”, vale a dire lo sfruttamento della manodopera. Se osservassero il mondo senza paraocchi si accorgerebbero che presto avremo marchi cinesi globali, produzioni orientali ad alto valore aggiunto, mentre siamo noi a praticare il “dumping intellettuale”, nel senso che senza meritocrazia non premiamo il valore e finiamo con il regaliare quel che ci è costato formare.

Al ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è arrivato un grande: Francesco Profumo. Sa benissimo dove mettere le mani, anche se dovrà fare i conti con complessità impressionanti (che da fuori si tende a sottovalutare) e poca forza politica. Di tempo ne ha poco, cominci dai simboli. Faccia in modo che, dopo, sia impossibile tornare indietro. Quei giovani ingegneri sono la prova del nostro valore, dobbiamo imparare ad attirarli da ogni parte del mondo. Per loro e nostra convenienza.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario