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Tremonti-Berlusconi: vero patto di ferro?

Due linee di politica economica sbagliate

Occorre uscire dallo schema “spesa-rigore” e affrontare il tema delle riforme strutturali

di Enrico Cisnetto - 29 ottobre 2009

Ma l’Irap si taglia dopo che è finita la crisi o, al contrario, serve a uscire dalla crisi? E, nel primo caso, quello sponsorizzato dal premier nella sua telefonata a Ballarò, perché non si interviene subito visto che il Governo ha detto e ripetuto che la crisi è finita e noi ne usciamo meglio degli altri? E, nel secondo caso, perché non si è tagliata nei mesi scorsi e anche ora si rinvia a data da destinarsi? Come si vede sarà anche stato raggiunto un accordo tra Berlusconi e Tremonti, sarà pure di ferro quel patto – anche se a dubitarne sono per primi i ministri e gli esponenti politici del Pdl, e in qualche misura della Lega – ma le contraddizioni in seno all’esecutivo sulla politica economica sono ancora tutte lì, e pesano come macigni sul prosieguo della legislatura.

L’esternazione di Berlusconi sull’inattualità non dico dell’eliminazione, ma pure di una parziale riduzione della tassa più odiata dagli imprenditori – uscita che mi aspetto venga severamente sanzionata dalla Confindustria, se non vuole perdere credibilità – ha confermato che nel governo e nella maggioranza si sono confrontate due linee di politica economica, e che entrambe sono sbagliate. Da un lato, infatti, il ministro dell’Economia si è fatto – giustamente – paladino della salvaguardia di conti pubblici, impedendo ai suoi colleghi e allo stesso Berlusconi di incrementare la spesa pubblica. Impegno che Tremonti si era preso con l’Europa, e rispettarlo non è cosa di poco conto, e al cospetto dei mercati finanziari, che nel pieno della crisi guardavano in modo severamente selettivo alle emissioni obbligazionarie degli Stati – tanto che il differenziale tra i rendimenti dei nostri Btp decennali e il benchmark rappresentato dagli analoghi bund tedeschi era schizzato a livelli da allarme rosso – e che anche ora giudicano eccessivo il debito italiano. Nobile intento, dunque, quello di Tremonti, ma che sconta tre gravi difetti. Il primo è che nel riaffermare il principio del controllo della spesa – oltre a perseguirlo con qualche ruvidezza di troppo – il ministro ha finito col non distinguere, e ha detto di no anche a proposte o che avevano copertura o che pur costando qualcosa avrebbero potuto comportare vantaggi più che compensativi. Il secondo difetto consiste nel fatto che anche la difesa dei conti pubblici rischia di saltare se non c’è sviluppo.

A Bruxelles si guarda non l’entità assoluta del deficit e del debito, bensì quella relativa al pil, ed è la caduta quest’anno e la non ripartenza nel 2010 e 2011 di questo che rischia di mettere l’Italia troppo fuori dai parametri europei. E questa osservazione ci porta al terzo difetto: la risposta alle pressioni di spesa non può essere semplicemente “non possumus”. Qui sta l’errore più grave di Tremonti: l’idea che evitare l’aumento di deficit e debito si traduca inevitabilmente nel “non spendere”. Perché gli oppositori del ministro, interni (molti) ed esterni (pochi) al centro-destra, hanno ragione quando affermano che per fronteggiare la recessione, che peraltro si salda con la stagnazione e la perdita di competitività preesistenti alla crisi, e per agganciare la ripresa prossima ventura occorre aprire i cordoni della borsa. Salvo poi sbagliare – in modo speculare rispetto al ministro dell’Economia – nel chiedere risorse senza indicare, se non in modo generico, la copertura di spesa.

La verità, dunque, è un’altra: occorre uscire dallo schema “spesa-rigore” e affrontare il tema delle riforme strutturali. E’ di quelle che abbiamo bisogno, ed è attraverso le riforme che si possono trasformare pezzi importanti di spesa pubblica corrente e improduttiva in investimenti per lo sviluppo. Come ho già scritto su questo giornale, l’errore più grave fin qui commesso dal governo è teorizzare che con la crisi economica in atto non si può e non si deve fare alcun intervento di natura strutturale. Al contrario, sarebbe stato necessario approfittare della crisi e della condizione psicologica di paura che essa ha generato per fare quattro riforme (pensioni, sanità, semplificazione istituzionale, riduzione una tantum del debito pubblico) che oltre ad essere necessarie in sé possono produrre a regime un volume di investimenti – che io stimo possa arrivare a 200 miliardi e forse anche superarli – funzionali a trasformare il capitalismo italiano e il suo modello di sviluppo, che purtroppo negli anni scorsi non si sono adeguati, tranne l’eccezione di qualche minoranza, ai nuovi paradigmi della competizione globale.

Ma il fatto che si sia perso quell’occasione non significa che occorra archiviare la pratica. Anche perché negli italiani la paura è forse passata, ma la preoccupazione resta, eccome se resta. Allora, se la diatriba interna al governo dovesse spingere palazzo Chigi a fare quello che colpevolmente non ha fatto nei mesi scorsi, sia la benvenuta. Ma se, come fa intuire la marcia indietro del premier sull’Irap, lascia le cose come stanno, o peggio mette in condizione Berlusconi di strappare a Tremonti il sì a un po’ di spesa a scopo elettorale – in vista o di elezioni politiche abbinate alle regionali, che rimane pur sempre la prima scelta del Cavaliere, o comunque per trasformare le amministrative in un referendum su se stesso – allora questo ennesimo litigio non sarà servito a nulla, se non a permettere a quel furbone di Bossi di strappare Veneto e Piemonte (o addirittura la Lombardia) al Pdl. Cosa che certo non aiuta la povera economia italiana.

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