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L'errore dell'Italia e l'errore dell'Europa

Due crisi

L'inesistenza politica dell'Unione Europea

di Davide Giacalone - 14 dicembre 2011

Viviamo il sommarsi di due crisi: una europea e l’altra italiana. Assistiamo al sommarsi due errori: uno europeo e l’altro italiano. Così procedendo andiamo a schiantarci in anni di recessione o crescita asfittica, con ciò aggravando il peso del debito e coltivando la paura collettiva e la rabbia sociale. Al governo della moneta affidato a meccanismi impolitici e al governo degli stati in crisi affidati ai tecnici rischiamo di sostituire l’umiliazione delle democrazie parlamentari, assediate dall’irrazionalità antieuropeista e allo schiumare delle forze che profittano sul disagio e l’indecisione. Finendo con il mettere la democrazia sul lato opposto della ragionevolezza.

Fermiamo subito, in Europa e in Italia, l’unica zecca alacremente al lavoro, quella che batte tali pessime monete. Abbiamo raccontato il Consiglio europeo di giovedì scorso come un insuccesso, avvertendo che le decisioni prese erano insufficienti nel merito, prive di strumenti operativi e temporalmente sfasate rispetto all’andamento dei mercati e al risorgere (prevedibile, previsto e scontato) della speculazione contro i debiti sovrani. Ci hanno detto, invece, che è stato un bel momento, una tappa importante, un procedere positivo. S’è visto, e si vede. Ieri il presidente della Commissione europea, Manuel Borroso, largamente insufficiente per il compito che gli è stato affidato, ha ritrovato il senso della sua funzione e ha confermato, davanti al Parlamento europeo, la nostra analisi. Quel che si è stabilito non basta. E, con i tempi che corrono, equivale a dire che è andata male.

Non si tratta neanche di prendersela con la Merkel o con Sarkozy, divisi su tutto, contrapposti negli interessi, ma tenacemente aggrappati all’idea che l’asse fra i loro paesi possa reggere e guidare l’Europa. Si tratta, semmai, di proclamare l’errore del presupposto, ovvero che agli accordi intergovernativi possa aggrapparsi l’Unione. Ne saranno la fine. Le debolezze dell’euro, che sono prima di tutto istituzionali, sono rimaste intatte. I fondi stanziati saranno bruciati. Il sistema bancario europeo si dirige verso la bancarotta. Tutto questo per non volere fare quel che è evidentemente necessario: offrire garanzia illimitata a debiti sovrani che sono, per loro natura, sicuri. Li rende insicuri l’incapacità politica dell’Unione, la sua inesistenza politica.

C’è una grande differenza fra la crisi odierna e quella del 1929, cui tanti fanno improprio riferimento: oggi sappiamo esattamente cosa occorre fare, ma ci si ostina a non farlo perché è impossibile agire in lingua europea ragionando in dialetto. La crisi italiana preesiste a quella dell’euro, e la colpa nostra e di non aver rimediato quando era meno costoso e meno doloroso, anzi, quando era conveniente e piacevole. Constatata l’incapacità della politica il Parlamento ha delegato i poteri a un governo anomalo, la cui missione era ed è quella di decidere per tutti. Purtroppo, però, quel governo ha preso i vizi antichi dei predecessori e quel che doveva essere accettato a scatola chiusa è stato spacchettato e discusso, per giunta trovandoci errori tecnici imperdonabili. Dopo di che torna il linguaggio dei “saldi invariati”, che è la confessione di un fallimento.

Il guaio è che sulle misure che distribuiscono il dolore, e deprimono chi è in recessione, si può sempre rimediare, magari con l’arcaico e sempre efficace sistema della fiducia posta sull’emendamento, ma dopo questa performance chi crede più che lo stesso governo possa mettere mano al pacchetto della crescita e dello sviluppo? Perché i dolori s’impartiscono provocando lamentazioni collettive, mentre lo sprone si può dare colpendo rendite e interessi specifici, quindi svegliando avversari agguerriti. Posto che non passano più manco le misure per i taxi, ci vuole fantasia per credere nel resto.

Gli accordi europei vorrebbero mettere il controllo delle finanze statali nelle mani dei giudici (della Corte di giustizia), che errore peggiore è difficile immaginare. Il decreto italiano ha immaginato un’azione in due tempi, laddove s’infrange sul primo, che ci consegna un fisco più cieco, inefficiente e rabbioso, quindi destinato a creare sfiducia e scoraggiare l’intrapresa. Non ho mai creduto che siano i mercati a dovere e potere misurare le politiche, ma a chi pensava di avere adottato politiche destinate ad ammaliarli suggerisco di guardare quel che accade. Fare in fretta era giusto, far frettolosamente e ripensandoci, invece, è colpevole.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario