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È il momento di affrontare il problema invernale

Due consigli di politica energetica

Da Roma a Bruxelles, bisogna definire le modalità di un intervento congiunto

di Enrico Cisnetto - 30 ottobre 2006

Solo l’Europa può evitarci un inverno al freddo. La russa Gazprom ha fatto sapere che per soddisfare le esigenze interne potrebbe essere necessario un taglio alla quantità di gas che arriva ai mercati occidentali. Ritorna, quindi, il cosidetto “rischio distacco”: anche se finora il monopolista al servizio di Putin ha parlato a “nuora” (paesi ex comunisti come Ungheria e Polonia), è perchè “suocera” (l’Europa occidentale) intenda. In questo quadro, l’Eni ha fatto sapere di aver incrementato le scorte di 600 milioni di metri cubi in più rispetto allo scorso anno, e ha aumentato la capacità del suo gasdotto libico, ma l’Authority per l’energia ha dichiarato che lo stoccaggio può non bastare e l’emergenza gas esplodere di nuovo. La cosa non stupisce: la domanda di gas cresce in modo esponenziale da dieci anni, e di conseguenza è aumentata la dipendenza dai paesi produttori, in particolare Russia e Algeria, che sono decisi ad utilizzare il gas come strumento di politica estera. E la più esposta è l’Italia, visto che il 60% delle centrali termoelettriche è alimentato a gas, e che Gazprom, Lukoil e Sonatrach – le tre grandi aziende esportatrici che hanno fatto “cartello” questa estate – insieme generano il 70% dell’import italiano (60% europeo).
E’ del tutto evidente, quindi, la sporporzione nella capacità contrattuale tra produttori e consumatori – apparentemente aziende, in realtà Stati – a favore dei primi, cui si può far fronte solo gettando nella mischia il peso politico, economico, diplomatico (e militare) dell’Unione Europea. Ma, finora, una politica energetica comune non c’è stata, e nulla si è fatto per abbattere le asimmetrie normative ed evitare la guerra fratricida dei campioni nazionali. Anzi, Bruxelles ha nominato commissario del settore un lituano che, con tutto il rispetto, non sembra il più adatto ad affrontare una simile congiuntura. Si dirà: e in attesa che la Ue si svegli, noi cosa facciamo? Due suggerimenti. Primo: promuoviamo l’Opec dei paesi consumatori, attrezzandoci a fare “contro-cartello”. In questo senso, non dispiace che Eni e Gazprom non abbiano concluso i loro ipotetici accordi, meglio essere liberi. Secondo: quale che sia il giudizio sulla vexata questio che divide l’Eni dall’Authority circa la cessione forzosa di Snam Rete Gas, si soprassieda (la commissione Attività Produttive della Camera ha indicato lo slittamento al 2010) per evitare di indebolire l’unico soggetto italiano che ha la forza e la credibilità per sedersi al tavolo europeo dei negoziati con i produttori. Certo, Ortis dice che Scaroni ha torto a sostenere che nel resto d’Europa si sta andando nella direzione contraria – il regolatore tedesco ha già detto no ad un’ipotesi del genere – o che Snam non è Terna perchè non fa dispacciamento (decidere quali centrali funzionano in ogni momento) e quindi non può favorire un operatore rispetto ad un altro. Peraltro bisognerebbe capire quali accorgimenti potrebbe adottare il governo per evitare che l’eventuale cessione di Srg porti la rete in mani straniere (magari di paesi produttori), o che metta a rischio il controllo della stessa Eni (per esempio perdendo la golden share, finora giustificata dalla strategicità degli asset protetti). Ma per questo dibattito c’è tempo, oggi il tema centrale è assicurarsi la disponbilità di gas. Primum vivere. Speriamo che a Bruxelles e a Roma se ne rendano conto.

Pubblicato sul Messaggero del 29 ottobre 2006

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