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Perché il piano di crescita del Cav. non è realistico

Dubbi

Chi farà mai la tanto auspicata rivoluzione liberale?

di Enrico Cisnetto - 04 febbraio 2011

Se bastasse evocarlo, un “piano per la crescita per dare ad una grande scossa all’economia”, come ha fatto il Berlusconi tornato (?) alla politica, giuro che farei anche la danza della crescita, a mo’ di quella della pioggia. “L’obiettivo è arrivare ad un incremento del pil magari del 3-4% in cinque anni”, ha detto il premier nella versione che piace a questo giornale. Una frase programmatica la cui vera essenza sta in quel “magari”. Magari, infatti, si potesse perseguire il livello di crescita che abbiamo avuto negli Settanta (poco sotto il 4% la media del decennio, con due anni sopra il7% e uno poco sotto il 6%).

Ma è da quel tempo lontano che l’Italia non vede più uno sviluppo dell’entità indicata un tantino enfaticamente dal Cavaliere. Non si tratta di essere bastian contrari, o anche solo scettici, ma di guardare i numeri e da essi trarre il dovuto realismo. Già negli anni Ottanta “da bere” il tasso di crescita medio era stato del 2,55%, cioè un terzo abbandonate di meno del decennio precedente, con tre anni sopra il 3% e uno oltre il 4%.

I maledetti anni Novanta, poi, misurano una frenata dell’economia del 44% sugli anni Ottanta e del 63% sugli anni Settanta: la crescita media del pil è stata dell’1,42% per effetto del fatto che solo in tre anni su dieci è stata superata la soglia del 2% e uno, il 1993, è stato di recessione (-0,89%). Ma nei primi dieci anni del nuovo secolo, a conferma di un trend di pesante rallentamento della crescita, la crescita si è più che dimezzata: solo lo 0,53%, pur in presenza di un anno, il 2000, in cui il pil è salito del 3,69%. Se poi si volesse calcolare il risultato della cosiddetta Seconda Repubblica, cioè i 17 anni che vanno dal 1994 al 2010 compreso (per lo scorso anno il dato è solo stimato, e nel migliore dei casi sarà +1%), si arriva ad una crescita media dell’1% tondo tondo, una performance lontana anni luce da quelle della Prima Repubblica. E non si dica che la differenza la fa tutta il debito pubblico, perché nel 1992, anno in cui con Tangentopoli salta il sistema politico ma anche anno in cui si firma il Patto di Maastricht e con esso l’obbligo a portare il debito sotto il tetto del 60% del pil, il rapporto debito-pil era del 105,2% mentre oggi è del 119% (stima Bankitalia per il 2010) nonostante che nel frattempo siano state fatte privatizzazioni, cioè alienazioni di patrimonio, per l’equivalente di 14 punti di pil.

Certo, nell’ultimo decennio c’è stata la recessione dovuta alla crisi finanziaria mondiale, bisogna tenerne conto. Ma intanto occorre osservare che l’Italia è stato l’unico paese del G20 insieme con il Giappone ad avere avuto due anni di regresso dell’economia, e non solo il 2009. In secondo luogo nessuno ha accumulato una perdita di ricchezza del 6,36% come abbiamo fatto noi. E infine, se anche si tolgono dal calcolo relativo al periodo 2000-2009 gli ultimi due anni, si vede come la crescita media nei primi otto anni del decennio sia stata dell’1,45%, identica a quella già fortemente rallentata degli anni Novanta. Se poi si volesse fare l’ardimentoso calcolo di considerare l’intero arco della Seconda Repubblica al netto dei due anni di recessione – consideriamola, generosamente, tutta a carico della crisi mondiale – si vedrebbe che il risultato del bipolarismo all’italiana sarebbe stato dell’1,55% annuo, con un solo anno su 17 ad avere un risultato sopra il 3%, tre anni sopra il 2%, sette anni sopra l’1% e ben sei a crescita zero o sottozero.

Insomma, come la giri la giri, questi dati dicono che l’obiettivo indicato dal Cavaliere nel suo pur apprezzabile tentativo di voltar pagina non solo è troppo ottimistico, ma del tutto irrealistico. Eppure sarebbe assolutamente necessario realizzarlo. Perché nell’ultimi decennio Eurolandia è cresciuta in media dell’1,4% (la recessione è costata “solo” il 3,8%), quasi un punto in più dell’Italia. Se si considera che negli anni Novanta lo scarto è stato leggermente superiore al punto percentuale, questo significa che negli ultimi due decenni abbiamo accumulato una differenza di ben 20 punti di pil con i nostri più diretti concorrenti. Gap che sale addirittura a 45 punti di pil in 20 anni se il confronto lo si fa con gli Stati Uniti.

Questo, però, ci dice che la questione è troppo seria – decisiva, direi – per affrontarla così, in uno scampolo di legislatura dal futuro incertissimo o, peggio, da usare nel tritacarne di una campagna elettorale. Anche perché se il centro-destra ha dato cattiva prova, il centro-sinistra non ha fatto meglio (nei sette anni di governo la crescita media è stata dell’1,8%, ma non avendo alcuna crisi internazionale a disturbare il manovratore). Dunque, all’interno del nostro sgangherato bipolarismo armato l’alternativa non c’è stata e, almeno finora, continua a non esserci e a non intravedersi. E allora, questa benedetta “rivoluzione” – che personalmente auspico liberale, ma non liberista – chi la fa?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario