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Public Policy

La cura non funziona

Drogati di welfare

Necessario tagliare le spese eccessive, non ciò che funziona

di Davide Giacalone - 12 aprile 2012

Si sarebbe dovuto tagliare il tessuto adiposo della spesa pubblica, facendo dimagrire uno Stato sovrabbondante di flaccidume, invece si affetta la carne viva del sistema produttivo e dei cittadini. Si può dedicarsi alla conservazione del passato nel mentre si gozzoviglia, oppure con animo sobrio e con professorale compunzione, non cambia nulla. Cambia, invece, se si prende atto che quel passato non può essere conservato, che il modello di welfare statale non regge più e si coglie l’occasione della crisi per trovare la forza di aprire al futuro. Che sarà ricco e felice se lo si saprà costruire. Gli spagnoli stanno inseguendo la sottomissione ai parametri europei mediante tagli al loro stato sociale (tre manovre in cinque mesi, a cura di un governo per tale missione eletto). Gli italiani ci stanno provando mediante una continua crescita della pressione fiscale (a cura di un governo nato dalla fuga e dall’incapacità di quanti erano stati votati). E’ probabile che entrambe mancheranno l’obiettivo, perché nel mentre recedono la speculazione chiede tassi sempre più alti per finanziarli (e, del resto, la pessima gestione del caso greco ha comunicato al mondo che i debiti sovrani non sono affatto sicuri). Così procedendo arriveremo alla fine dell’anno più poveri, più deboli, più nei guai e più sfiduciati. Il tutto senza avere risolto nulla dell’insostenibilità del welfare. Intanto il giovane premier inglese diminuisce il numero dei dipendenti pubblici e fa calare le tasse, governando la sterlina e, con ciò, pagando tassi d’interesse più bassi a fronte di debiti complessivi più alti e di un deficit che fa apparire virtuosissimo il nostro avanzo primario. L’allucinazione nella quale siamo caduti consiste nel credere immodificabile la quantità e la modalità della spesa pubblica, salvo mettersi a fare i moralisti sulla riscossione, vale a dire sulla fedeltà fiscale. Si dovrebbe procedere all’opposto: portare morale ed efficienza nella spesa, in modo da ridare fiato ai pagatori di tasse. Il tutto ricordando che senza svellere la pretesa tedesca di germanizzare l’Europa ogni sforzo è semplicemente inutile, perché i conti saranno comunque insostenibili. L’errore del governo Monti è proprio quello di assecondare i tedeschi e tassare il nostro sistema produttivo, il che ci porta all’equilibrio sepolcrale. Il tutto sprecando la crisi, quindi la forza per tagliare e riqualificare la spesa.

Si può farlo. Dalla sanità alla scuola, alla giustizia quel che non funziona è spreca non è il curare, l’insegnare o il giudicare, ma l’immane macchina amministrativa che campa rendendo impossibile la vita a medici capaci, insegnanti onesti e giudici non invasati da megalomania. I tagli, in questi mondi, non diminuirebbero, ma aumenterebbero la qualità del servizio (abbiamo raccontato il caso della Asl di Salerno, se ne faccia tesoro). Solo che bisogna mandare a stendere le corporazioni, i veti, le minacce. Bisognerebbe coltivare un’idea di futuro che non sia la proiezione del passato. Bisognerebbe avere una classe dirigente che non abbia oltrepassato l’età della pensione (ne hanno diverse a testa). L’Italia del futuro, se non vorrà essere la landa dei mantenuti in povertà, se non si rassegnerà ad essere la colonia penale dei tassati, dovrà avere uno Stato ridotto alla metà dell’attuale, talché assorba il 25%, al massimo un terzo del prodotto interno, lasciando il resto alla capacità e alla volontà, quindi alla libertà dei cittadini. La colpa della nostra classe dirigente, di cui il governo Monti è l’espressione tecnica, consiste nell’attraversare la crisi spremendo i quattrini che servono a mantenere lo Stato ciccione, anziché farsi forte delle difficoltà per metterlo a dieta severa e renderlo smilzo e scattante (in quel che serve). Non usciamo da questo vicolo cieco senza una rottura, anche politica e culturale. A novembre scorso il drogato in overdose fu portato al pronto soccorso, per evitare il decesso. I genitori incapaci e gli amici di siringa furono buttati fuori, salvandogli la pelle. Dopo di che i medici credettero che il problema fosse redimerlo, anziché disintossicarlo, e cominciarono a tenergli sermoni moraleggianti e inconcludenti. Alla fine, sollecitati dal Colle, decisero di concertare la terapia con … gli spacciatori. E’ un passo avanti? No, è tempo perso.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario