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Public Policy

Abbiamo un serio problema di etica pubblica

Droga&società

Non è solo un problema di costume, ma di legge

di Davide Giacalone - 04 novembre 2009

Accettando, fin d’ora, la candidatura al premio “fessacchione d’oro”, dico una cosa di sconfinata ingenuità: abbiamo un problema di etica pubblica. Passi (a fatica) l’idea che la caciara amicale e l’esuberanza sessuale siano conciliabili con la gravità e severità dei propri incarichi istituzionali.

Passi (sempre a fatica) che, in omaggio al politicamente corretto ed al sessualmente indistinto, si accomuni l’allettarsi con una prostituta al trastullarsi con i prostituti. Facciamo finta, e ci vuole tanta, ma tanta fantasia, che tutto questo appartenga al privato, all’inviolabile sfera della propria intimità, del resto già affollata da varia umanità siliconata, sicché di intimo non rimane molto. Ma qui si è arrivati a far pensare che sia normale essere governati da dei drogati. Uso il termine con cognizione di causa, non riferendomi ad un solo caso. Parliamone, di droga. E’ necessario.

Premetto che del caso Marrazzo non m’interessa più niente. Non riesco a vederne neanche il risvolto politico, tanta è profonda la miseria della scena. Osservo solo un dettaglio: una volta c’erano le fughe di notizie, con i verbali d’interrogatorio che i magistrati facevano filtrare all’esterno, ora è come se domande e risposte si esibissero direttamente avanti alle telecamere. Anzi, facciamone un bel format televisivo: “Confesso”. Funziona così: il personaggio pubblico (degli altri, chi se ne frega) è interrogato in diretta, da magistrati veri, poi il pubblico, con sms e telefonate, vota sulla sua credibilità e quello, di conseguenza, corregge le confessioni, fino alla generale soddisfazione. Avanti un altro.

Dunque, il peggio è realtà: c’era la droga e la usava. La regione Lazio è stata governata, la vastissima spesa pubblica è stata nelle mani di un utilizzatore abituale di droga. Di un drogato. Sapete qual è la cosa grave? Che non ci si rende conto di quanto sia grave. E non lo si capisce perché oramai assuefatti all’idea che con la droga si possa convivere, sia come singoli che come collettività. Non è solo un problema di costume, ma di legge.

Molti anni fa si unirono le culture che esaltavano la devianza, considerando turpe la normalità, e quelle che esaltavano la misericordia, considerando nociva la punizione. Figliarono la legislazione che diceva di volere “contenere il danno”, vale a dire evitare che un peccato veniale, il drogarsi, esponesse ai guai del fare i conti con la giustizia. Lo strumento giuridico fu prima la “modica quantità”, poi l’“uso personale”.

Senza entrare in tecnicismi, l’ipocrisia funziona così: per gli spacciatori ed i commercianti di droga si prevedono pene altissime, per chi la usa, poverelli, al più il ritiro della patente. Risultato: si spaccia in tutte le città d’Italia e quelli che vendono sono in gran parte drogati, con indosso solo poche dosi. Così si crea un esercito di tossici, che presto s’accorgono che la convivenza è una balla, quindi si rivolgono alle strutture pubbliche. Ma non per essere disintossicati, che andrebbe anche bene, bensì per essere aiutati a restare tossici. Spendiamo, ogni anno, circa quattro miliardi di euro per finanziare strutture che, prevalentemente, distribuiscono metadone. E’ un’organizzazione di supporto al mercato criminale, una specie di cassa integrazione per drogati.

E che volete? Non abbiamo sostenuto la convivenza e la riduzione del danno? Quindi, beccatevi anche il presidente sniffante. Ho letto quel che dice Daniele Capezzone, che frequentò il Parlamento come parlamentare radicale ed ora ci passa come portavoce dello schieramento moderato. Egli sostiene che se un cane antidroga entrasse in Parlamento, impazzirebbe. Detto in maniera meno figurata: le aule sono piene di stupefacenti. Ecco, sempre per meglio concorrere al premio di cui all’inizio, vorrei osservare che tale situazione è scandalosissima, ed è ancora più scandaloso che non si meni scandalo. Da chi credono di comprarla, lor signori? dove credono che finiscano i loro soldi mal guadagnati? Vanno in mano a quella camorra, a quella mafia, a quella ndrangheta che poi essi pretendono di condannare, nei discorsi della domenica.

Jacques Attali, intellettuale e banchiere internazionale, oltre che presidente della commissione che ridisegnò il futuro della Francia, ha sostenuto che non si ha idea di quanti operatori di Borsa agiscano, e sbaglino, sotto l’influenza della droga. Purtroppo Attali non immagina che, da noi, si può governare la cosa pubblica, fra un tiro e l’altro, sostenendo che ciò riguarda la propria privacy, perché accanto hai una puttana o un travestito.

Credo sia saggio raccontare ai giovani, come ai loro genitori, che drogarsi non è solo un erroruccio o un rischio, che non è una trasgressione, commessa sulla via della libertà, ma un atto d’autodistruzione ed umiliazione, che si trova sulla strada della schiavitù. Credo sarebbe utile scrivere che drogarsi non è solo un peccato, è anche un reato. Ma abbiamo un problema di etica pubblica, perché non solo c’è gente che si droga dove si dovrebbe combattere la droga, ma, una volta scoperti, ci si occupa di cosa fanno con quel che non trattengono nelle brache, anziché di come usano ciò che dovrebbero contenere nel cranio.

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