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Eurocrisi

Draghi e i quattro pilastri della UE

l'unione politica non può venire per ultima

di Davide Giacalone - 16 novembre 2012

In un’eccellente riflessione pubblica Mario Draghi ha messo a fuoco tre punti cardine: 1. è la debolezza strutturale dell’euro ad avere consentito la speculazione contro i debiti sovrani, quindi l’allargarsi degli spread; 2. non ci sono politiche settoriali che possano rimediare a questa condizione, tanto è vero che molte cose sono state fatte ma quegli indicatori restano ingiustificatamente divaricati; 3. il consolidamento della finanza pubblica deve essere condotto mediante tagli della spesa corrente e non attraverso aumento della pressione fiscale. L’autorevolezza dell’oratore, presidente della Banca centrale europea, dà forza a queste tesi, che qui sosteniamo fin dall’arrivo di questa crisi in Europa, nell’estate del 2011.

Ha aggiunto che il 2012 sarà ricordato non solo per la durezza della crisi, ma anche per le risposte che sono state date dalla Bce (egli ha aggiunto anche: dai governi e dall’Unione europea, ma ho l’impressione si tratti di mera cortesia istituzionale), dopo che tanti errori erano stati commessi, per troppo tempo. Si riferisce ai mille miliardi messi a disposizione delle banche europee, affinché acquistassero titoli del debito pubblico, scelta che ha il grande merito d’avere rotto l’immobilismo imposto precedentemente dall’asse Merkel-Sarkozy. Speriamo se ne ricordi anche il successo, che oggi sarebbe imprudente dare per scontato.

Con la creazione dell’euro i Paesi dell’Unione monetaria europea accettarono di cedere sovranità valutaria, affidandola però a una specie di pilota automatico, che funzionava secondo i dettami del trattato di Maastricht. Quel pilota s’è dimostrato inadatto ad affrontare la crisi dei debiti, originata negli Stati Uniti. Era stato programmato per un clima specifico (la paura era quella dell’inflazione) e non ha funzionato con diversa meteorologia (viviamo il pieno di una recessione). Draghi è stato il primo, dalla plancia Bce, a prendere in mano i comandi e disinserire il pilota automatico. Ora dice che un diverso equilibrio deve essere costruito su quattro pilastri: a. l’unione bancaria; b. quella fiscale; c. quella economica; d. infine quella politica. Giusto. Ho una sola obiezione: l’unione monetaria non può funzionare senza banche che coprano e agiscano nell’intera area valutaria di riferimento, senza un’armonizzazione fiscale e senza una comune politica economica, ma nel momento in cui i governi cederanno (quel che resta) di queste sovranità il loro peso politico sarà prossimo allo zero, saranno solo amministrazioni locali, in quel che sarà un’area federata, se non direttamente un’Unione federale. Ciò significa che quei quattro pilastri devono essere eretti contemporaneamente e che l’unione politica non può giungere per ultima.

Dall’estate 2011 a oggi, nel mentre la bufera degli spread annientava i governi uno dietro l’altro, abbiamo fatto i conti con un terribile deficit democratico delle istituzioni europee. Nel costruire il pilastro dell’unione politica non possiamo dimenticarci chi siamo: i popoli che diedero sostanza istituzionale alla democrazia moderna. Per costruire quel pilastro, quindi, non se ne deve negare la natura. Perché l’Uem abbia un futuro è necessario che finisca la stagione delle tecnocrazie e si apra quella della politica europea. Che non è la sommatoria delle democrazie nazionali, oramai vernacolari. Siamo sulla soglia di un passaggio epocale. Stona, purtroppo, il dislivello del dibattito politico interno.

Noi sappiamo da dove veniamo, conosciamo il valore della moneta comune (e quel che ci è costata). Sappiamo che non è istituzionalmente attrezzata a resistere senza un governo politico alle spalle, specie in un mondo in cui presto sarà convertibile anche la valuta cinese, il Renminbi. Sappiamo dove vogliamo arrivare, edificando quei pilastri. Il problema è il tragitto, i tempi e il modo. Quel che non può e non deve avvenire è che ci si trovi di fronte a cessioni asimmetriche di sovranità, per cui prima alcuni diventano protettorati monetari di altri e poi si giunge alla conclusione del lavoro. Non può e non deve succedere perché quel tipo di passaggio porta con sé non solo cessione unilaterale di sovranità politica, ma anche deflusso di ricchezza sottratta ai cittadini e indebolimento del sistema produttivo, mediante perdita di competitività indotta da tassi d’interesse più onerosi per alcuni e addirittura pari a zero per altri.

E’ un punto delicatissimo, che va affrontato con chiarezza d’idee e d’intenti. Non dimentichiamoci che nel secolo scorso l’Europa trascinò il mondo in due guerre (per allora) globali, innescate da nazionalismi alimentati da conflitti economici. Oggi, in era di effettiva globalizzazione, quello scenario è irripetibile, ma non lo è l’autodistruzione europea. Se si alza lo sguardo dalle questioni monetarie e si pensa allo scenario della guerra libica, del resto, ci si accorge che non mancano gli esempi. Vicini.

La stabilità, l’affidabilità e l’irreversibilità del processo d’integrazione non è garanzia solo per chi è in crisi, ma anche per chi è creditore. Anche qui Draghi ha ragione. Vale la pena aggiungere che i debiti sovrani di chi impartisce lezioni sono cresciuti più di quelli di chi era impegnato nei compiti a casa. Evidenza ineludibile.

La crisi è una grande occasione per far fare un balzo in avanti all’Ue, conquistando la propria storia. Per farlo si deve ripensare anche il nostro modello sociale, giustamente ammirato nel mondo, ma che oggi richiede una cura dimagrante per lo Stato, compresi gli aspetti sperequativi del welfare, abbassando la pressione fiscale. Sentirlo, da quel pulpito, è stato un sollievo.

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