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Dobbiamo rinnovare la nostra classe dirigente

Dove va l’economia mondiale?

Nel 2020 la Cina sarà la seconda potenza. E intanto Italia ed Europa arrancano

di Alessandro Rapisarda - 15 novembre 2005

Ci stiamo avvicinando ormai alla fine dell’anno e i colpi di cannone delle battaglie politiche si avvicinano sempre più, fare un resoconto della situazione economica del nostro Paese ma soprattutto dello stato di salute dell’Unione europea sembra doveroso.

Ma l’analisi in certi casi non può partire internamente, anzi necessita di uno sguardo lontano dentro i successi di altre realtà economiche che crescono di anno in anno mostrando forza e notevole resistenza. Ecco che lo sguardo cade inevitabilmente sull’Oriente.

I dati annuali, ormai a consuntivo per il 2005, prevedono una crescita del 9% in Cina, del 7% in India e dell"8% in Vietnam. Elevati prezzi dell"energia non hanno portato al deragliamento e nemmeno al rallentamento della crescita di questi mostri economici. Se la crescita in Cina dovesse chiudersi passando dal 9,5% a fine anno al 9%, sarà per lo sforzo consapevole del governo cinese di frenare gli investimenti in capitale fisso come proprietà immobiliari, acciaio e altri settori dell"industria pesante.

Per ridurre il divario tra i ricchi abitanti della zona costiera e quelli della zona rurale all"interno del Paese, la Cina ha abolito tutte le imposte sugli agricoltori nel tentativo di incrementare i proventi nel settore rurale. La crescita in India è talmente veloce da non riuscire a estrarre abbastanza carbone dalle sue enormi riserve per rifornire le proprie utility e le proprie industrie.

A questi due cingoli economici, vanno aggiunti 80 milioni di persone in Vietnam che sono entrati a far parte dell"economia mondiale fornendo forza lavoro a basso costo.

Proiettando tutto ciò nel futuro, la Cina registrerà una crescita dell"8-9% almeno per i prossimi due decenni. Il ceto medio, attualmente costituito da 300 milioni di persone, salirà fino a 600 milioni entro il 2020. In termini di parità del potere di acquisto, un sistema di calcolo adottato dagli economisti per confrontare la produzione nazionale nei vari Paesi cercando di fare degli aggiustamenti per prezzi di beni e servizi non scambiabili (per esempio un taglio di capelli costa molto meno in Cina rispetto all"Italia), ci dice che la Cina diventerà molto presto la seconda economia a livello mondiale. Sarà un gigantesco mercato di sbocco per una vasta gamma di beni e servizi, mentre continua a essere il più grande produttore a basso costo su scala mondiale, potenzialmente, di qualsiasi cosa che può essere costruita, progettata o distribuita.

L"India ricoprirà una posizione di predominio nel settore dell"information technology. Le due nazioni creeranno un"alleanza in quelle aree di attività economiche reciprocamente vantaggiose.

Gli europei, come bovini stanchi e sbadati, farebbero invece bene a riflettere sul futuro sempre più fragile delle proprie scelte, soprattutto alla luce di alcuni risvolti politici. La Costituzione europea è morta. Il futuro dell"Unione europea, e anche il futuro dell"euro, scricchiola. Dopo dieci anni di crescita sostenuta, l"economia britannica accenna sintomi di stanchezza. Tony Blair è stato nominato presidente dell"Unione europea nel momento sbagliato. Pochi lo ascolteranno quando parlerà all"Europa continentale della superiorità del modello economico britannico.
I dati dell"Ocse mostrano che la spesa pubblica del governo della Gran Bretagna come quota parte del Pil è cresciuta di quattro punti percentuali tra il 1998 e il 2003. Non si tratta certamente di una politica che mira a ridurre l"intervento del governo nell"economia. E’ vero che, secondo alcuni economisti, questo aumento della spesa pubblica nel corso di questi anni merita un certo riconoscimento per la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Malgrado tutto, però, la situazione appare buona solo perché i tre grandi (Francia, Germania e Italia) si trovano in una situazione sfavorevole. Chirac e la Francia sono stati umiliati due volte: prima il «no» del voto e poi la mancata assegnazione dei Giochi olimpici nel 2012.
La situazione tedesca è molto preoccupante: il vecchio governo ha lasciato un’eredità difficile da gestire, fatta di situazioni economiche torbide, dove il nuovo governo si troverà certamente intrappolato in una difficile lotta con sindacati combattivi.
Ma le “buone” notizie non mancano neanche da noi: l"economia italiana, di gran lunga la più malata d"Europa, con il suo piccolo modello aziendale messo sotto pressione dalla concorrenza asiatica, è una mucca ferma e ignara sul piano declinante. Un elevato tasso di disoccupazione, una lenta crescita, pochi nuovi posti di lavoro e una mancanza di fiducia pervadono la maggior parte dell"Europa occidentale. Stando all"attuale situazione, la sopravvivenza economica di imprese tedesche, francesi e italiane significa dover fare maggiore affidamento sull"outsourcing o sull"off-shoring verso l"Europa centrale e orientale ovvero Cina e India. L’erba del pascolo sta finendo.

Le ricette adottate dai grandi dell’Unione europea sono da definirsi il minimo sindacale. Questo significa ridurre le aliquote d"imposta e i pesanti oneri fiscali, ridurre la spesa pubblica per i programmi sociali, eliminare certi diritti, riformare le leggi sul lavoro, limitare la regolamentazione dell"attività economica, rimuovere barriere protezionistiche eccetera. Nello scontato concetto economico, queste, come pure altre riforme, dovevano farsi molto tempo fa. Sfortunatamente leader ed elettori europei sono rimasti intrappolati in una perdita di tempo, aggrappati a un modello di mercato sociale ormai superato che non è in grado di crescere abbastanza velocemente per ridurre il tasso di disoccupazione. Più le riforme da lungo tempo necessarie vengono rimandate, più i costi aumentano.

Ma dov’è finito il dinamismo dell"economia italiana, così evidente quando, nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, nonostante interminabili controversie politiche e in una situazione in cui un governo succedeva all"altro in pochissimi mesi, gli italiani hanno raggiunto il successo e la crescita?
Adesso non è più così. L"Italia è invecchiata, annegando nel tempo le sue risorse di grande ricchezza.

La prossima generazione di italiani vivrà meno bene dei propri genitori e questo deve fare riflettere attentamente l’ormai obsoleta classe politica e anche imprenditoriale. C’è la grande esigenza di rinnovare fortemente la cultura del Paese, una cultura invecchiata con una classe dirigente che non è stata capace di rigenerarsi, formando giovani dinamici, attenti a quei fenomeni culturali ed economici che nell’era della globalizzazione non possono essere considerati lontani in nessun senso.

Mi auguro che la casa del 2006 venga attraversata da una fresca ventata di rinnovamento in tutti i settori, ma per essere tale dovranno cambiare anche le vecchie, lussuose e decadenti poltrone di mucca che arredano i salotti dirigenziali italiani. Le tigri affamate, intanto, corrono verso le mucche.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario