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Il summit Solana-Mottaki non ha sbrogliato i nodi

Dove si vuole arrivare con l’Iran?

Con Usa chiusi al dialogo e Ue inefficace, la mediazione russa rischia di essere tardiva

di Antonio Picasso - 22 febbraio 2006

Assoluta fluidità. Con il dialogo diplomatico giunto a una empasse, la situazione iraniana assume tinte fosche e sempre meno definibili. Gli Stati Uniti restano tenacemente arroccati nella loro intransigenza, tale per cui o l’Iran blocca immediatamente le sue ricerche sul nucleare, oppure Washington deciderà di conseguenza e adotterà provvedimenti (punitivi). L’Unione europea, a sua volta, sta cercando di intervenire, ma senza successo, per ricucire gli strappi ed evitare una escalation. Infine la Russia – vista come la sola potenziale mediatrice – sembra agire con quel pressappochismo che è proprio di chi è disinteressato alla questione, ma è anche obbligato a svolgere un ruolo per lo meno formale. Lo si è visto per come ha condotto i negoziati, che sono conclusi ieri al Cremlino – con un fumoso accordo di massima – con la delegazione iraniana. A meno che Zar Putin non abbia in serbo qualche sorpresa.
Il summit del 20 febbraio, fra l’alto rappresentante della Politica estera e la sicurezza comune dell’Ue, Javier Solana, e il ministro degli Esteri iraniano, Monachehr Mottaki, si è svolto all’insegna dell’impalpabilità. Perché si è parlato di tutto, ma anche di nulla. Terrorismo, sicurezza, corsa di Teheran al nucleare e il caso delle vignette danesi. Una formale conversazione diplomatica senza un punto di arrivo. Mottaki, dal canto suo, ha indicato che, nei vicini Iraq e Afghanistan, il controllo politico e del territorio dovrebbe tornare nelle mani delle popolazioni locali prima possibile. Un modo gentile, il suo, per chiedere l’immediato ritiro delle truppe occidentali da Iraq e Afghanistan. E, in forma ancor più velata, un invito alle truppe straniere ad allontanarsi dai confini iraniani.
Certo, Solana e Mottaki – sulla base dei disordini che l’umorismo anti-islamico danese ha creato – si sono trovati d’accordo sulla necessità di cooperare per difendere i valori religiosi da una parte e la libertà di espressione dall’altra. Ma le loro sono state dichiarazioni pro forma, prive della intenzionalità risolutiva dei tanti attriti.
In merito alla questione nucleare, poi, Mottaki ha ribadito il rifiuto, da parte del suo governo, di sottostare a una condizione internazionale di monopolizzazione dell’energia atomica, imposta da alcuni Paesi, comunque dotati di armi atomiche, a scapito di quelli, per esempio l’Iran, che del nucleare intendono fare una risorsa energetica alternativa. Con atteggiamento apparentemente conciliante, allora, il ministro iraniano ha chiesto la fiducia dell’Unione europea, verso una politica sinceramente di pace e di sviluppo. Ma Solana non è caduto nella rete di lusinghe e cortesie del suo interlocutore. Anzi, ha espressamente chiesto a Mottaki di essere più costruttivi e di evitare quelle manifestazioni anti-occidentali, in particolare anti-israeliane, che il presidente Mahmoud Ahmadinejad abitualmente sfoggia.
Ed è ecco che, in questo passaggio, il minuetto un po’ ipocrita e molto includente di dialogo e rispetto reciproco si è arrestato. Mottaki, infatti, è tornato a Teheran esprimendo un nuovo e categorico rifiuto di entrare in contatto con l’Ue, ma soprattutto con Gran Bretagna, Francia e Germania. Vale a dire con quelle potenze europee di media grandezza che effettivamente potrebbero bloccare le mire di Teheran.
Ma è proprio adesso che l’intervento mediatore della Russia, esplicitamente appoggiato da Bruxelles, si dovrebbe mettere in moto, per risultare fruttifero. Tuttavia, anche a Mosca il dialogo si è interrotto. Il Cremlino sembra non voler calcare ulteriormente la mano. Certo, i rapporti economici tra la Russia e l’Iran, oltre che vertere sulle forniture di know how e uranio per l’atomica, sono ottimi. Ed è probabile, quindi, che Mosca ci tenga a non rovinare le relazioni con un cliente come quello di Teheran. Tuttavia, non è da escludere che Putin voglia alzare la posta in gioco. Perché, per la realizzazione del suo progetto – l’irrobustimento della sua posizione sullo scacchiere internazionale – è possibile che preferisca far decollare il valore del suo intervento. L’idea di non muoversi fino a quando le cose non sarebbero che a un passo dalla collisione gli gioverebbe in termini di lustro personale e di capacità diplomatica nel risolvere crisi causate in parte dal governo fondamentalista iraniano, ma anche da un’amministrazione Bush ormai incaponita nei suoi strali bellicisti. E se gli Stati Uniti e Iran fossero davvero sul sentiero di guerra, la mediazione russa risulterebbe tempestiva e fulminea. A questo punto, con Washington irrigidita nella sua aggressività – è ultima solo in ordine di tempo l’accusa all’Iran di addestrare la milizia che combatte i suoi marine in Iraq – può essere che a un break point ci stiamo avvicinando davvero.

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