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Dopo i ludi presidenziali

Destra e sinistra hanno bisogno di ripensarsi e rifondarsi. Nessuno trae giovamento dalla scomparsa dell’altro.

di Davide Giacalone - 22 aprile 2013

Il Partito democratico di Bersani s’è incaponito a frinire senza avere i timballi, che sono quelle lamine con cui i grilli fanno cri-cri. Si sono messi a scimmiottare la retorica fasulla dell’anti-inciucio, dimenticando che senza la ricerca del compromesso non solo si possono sciogliere i partiti, ma anche chiudere i parlamenti. Per quel che riguarda loro stessi, seguendo tale dottrina ortottera, sono giunti a un passo dalla scomparsa. Il che, lo dico sapendo di non compiacere molti, non è un fatto positivo. Lo scrivevamo quando da sinistra si sperava di far sparire il centro destra, magari seguendo la retorica moralista dell’“Italia migliore”, o lo squadrismo del giustizialismo. Lo scrivo ora, che si sfarina il centro sinistra. Entrambe hanno bisogno di ripensarsi e rifondarsi. Nessuno trae giovamento dalla scomparsa dell’altro.

Se il gruppo dirigente del Pd, invece che mettersi a vociare per fare il verso all’antagonismo, avesse impiegato il tempo leggendo le cose che qui scriviamo avrebbe visto anticipatamente la descrizione del proprio disastro (lo scorso 10 aprile descrivevamo gli errori che avrebbero potuto commettere, e che poi hanno commesso, come l’opportunità di riconsiderare il nome di Giorgio Napolitano). La democrazia funziona quando si ascolta, anche replicando a ciò che non si condivide. Non funziona quando ci si dà sulla voce. Né serve ad alcunché considerare “traditori” quanti non si allineano, come ha fatto Bersani, perché occorre considerare che il primo ad avere deragliato dal progetto politico su cui si fondava il Pd è lui. Con chi gli sta attorno e lo fomenta. E sgomberiamo subito il campo dalla propaganda avversa: il centro destra guadagna dei punti, certo, ma solo per incapacità e incoscienza dei bersaniani gotorizzati, della sinistra ingrillata, non per maggiore capacità di programma e proposta politica. In questa partita non ci sono vincitori. Se ne tenga conto.

Leggo che molti considerano vincitrice la ditta Casaleggio&Grillo. E’ vero, essi riportano una vittoria, culturale. Consiste nell’avere indotto quasi tutti a ripetere la scemenza della “base”, del voto on-line, della democrazia informatica e così via delirando in un crescendo di settarismo digitalizzato. Hanno convinto tutti che il loro vantaggio sarebbe derivato dall’accordo fra Pd e Pdl, quando è vero l’esatto contrario. Il successo di questa roba è l’ulteriore dimostrazione dell’inconsistenza e della viltà del nostro mondo presunto intellettuale. Mi dicono: ma hanno preso molti voti. Certamente: una marea, per essere precisi. Di questo li ringrazio, perché il male del sistema politico e istituzionale è ora fin troppo evidente. Loro, però, sono il frutto di quel male, non il rimedio.

Mentre vanno in scena i ludi presidenziali, mentre un governo è ancora di là da venire, sono stati declassati la Germania e il Regno Unito, l’Italia resta in recessione grave e prolungata, i consumi crollano e l’incertezza alimenta presagi oscuri e sentimenti livorosi. La sorte dell’euro resta sospesa, benché anestetizzata la piaga degli spread. Financo i processi penali sui fatti di cronaca, senza coinvolgimenti politici, da Perugia a Garlasco, s’impantanano nell’inconcludenza, condannando l’Italia all’assenza di giustizia. In questo modo si distrugge un Paese, trascinando nel disastro un sistema produttivo che gli altri vedono ancora forte e competitivo, ma che noi strangoliamo con fisco e burocrautocrazia. Abbiamo arretratezze istituzionali e di mercato interno dalle quali non usciamo tirandoci le piazze sulla testa. In quel modo s’allevano folle e fole che poi divoreranno tutto.

Quel che era chiaro doversi fare il 26 febbraio resta da farsi ancora oggi. E resterà da farsi anche dopo eventuali nuove elezioni. Chi sostenesse d’avere vinto è un deficiente, nel senso che gli manca il senso della realtà e quello della responsabilità. Questa è una gara fra perdenti. In accordo si può impostare un futuro diverso. In conflitto si soffoca nel passato.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario