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Un giudizio obiettivo, non solo negativo

Dopo Fazio, la politica in agguato

Il rischio è che Bankitalia perda autonomia e che si scelga il successore sbagliato

di Enrico Cisnetto - 20 dicembre 2005

Ha fatto quello che doveva fare, finalmente. Le dimissioni di Antonio Fazio arrivano con qualche mese di ritardo, ma se gli evitano la brutalità della rimozione forzata – che la “fantasia” di Tremonti aveva architettato – sicuramente non lo salvano dagli eventi che si sono messi in moto e, forse, non evitano al Paese, in nome del cui interesse supremo il Governatore ha annunziato la sua scelta, un cambiamento di regole e procedure che, per quanto un po’ arcaiche, fin qui hanno garantito l’autonomia della Banca d’Italia dallo spoil system politico e la sovranità nazionale del suo sistema bancario. Peccato. In fondo, Fazio è stato il Governatore che più di ogni altro ha contribuito alla modernizzazione del mondo creditizio italiano: privatizzazioni, concentrazioni, un pizzico di internazionalizzazione, difesa della proprietà nazionale delle banche. La sua colpa è di aver fermato questo processo, per la paura della “invasione straniera”. Preoccupazione fondata, ma che Fazio ha avuto il torto di fronteggiare dimenticandosi delle regole del mercato e usando gli interlocutori sbagliati. Non c’è niente di peggio che far camminare le idee buone sulle gambe sbagliate. Così le cose precipitano: le intercettazioni, che magistrati senza deontologia forniscono e giornali senza scrupoli pubblicano, le inchieste sulla scalata della Bpi all’Antonveneta, il caso “Ricucci-Rcs”, le polemiche su Unipol-Bnl. Ma Fazio commette l’errore esiziale – per lui, per la credibilità della banca centrale, per l’immagine del sistema Italia – di resistere troppo a lungo. Se si fosse dimesso qualche mese fa ne sarebbe uscito un po’ ammaccato ma con gli onori che spettano a chi non si sottrae al dovere di proteggere i principi e le istituzioni che rappresenta. Oggi un processo distruttivo si è messo in moto, e difficilmente il suo gesto tardivo lo fermerà. Soprattutto, rischia di essere compromesso il principio che vedeva il Governatore non solo arbitro, ma regista del sistema in un capitalismo del tutto bancocentrico come il nostro: se Fazio ne ha abusato, non significa che il principio fosse sbagliato. Anche perché ora temo che a disegnare la strategia del sistema bancario, dettandone le scelte, sia la politica, e non credo che sia scelta migliore.

Forse questo non è il momento di fare bilanci, ma mentre Fazio esce di scena, è giusto ricordare che il suo mandato non può e non deve essere giudicato solo per gli errori dell’ultima fase. Per esempio, quando nel 1992-94, in piena tangentopoli, la politica abdicò alle sue funzioni, Bankitalia si assunse la responsabilità di avviare e indirizzare il processo di trasformazione del sistema bancario. La “foresta pietrificata” del credito si mise in moto e produsse una delle maggiori modernizzazioni della storia economica italiana del dopoguerra. In una decina d’anni circa 500 operazioni di acquisizione o fusione hanno semplificato la scena bancaria, creando almeno cinque gruppi di medio-grande dimensione pronti, come ha fatto Unicredito in Germania, a darsi un ruolo europeo. Mentre la presenza della proprietà pubblica, che nel 1992 era prossima al 70%, si è quasi del tutto azzerata. Inoltre le privatizzazioni hanno favorito l’accesso delle banche alla quotazione di Borsa: rispetto al 1990 il numero è più che raddoppiato.

Adesso non vanno commessi due errori che potrebbero rivelarsi ancor più gravi di quelli commessi da Fazio: sbagliare il nome (e la procedura di scelta) del successore; intaccare il meccanismo di nomina del Governatore riducendo i margini di autonomia della banca centrale. So benissimo che l’arcaismo della procedura fa sì che l’istituto centrale sia un organo autoreferenziale, ma so anche che proprio questa caratteristica ne ha garantito, per molto tempo, l’indipendenza dal potere politico, e Dio solo sa quanti disastri finanziari si sono evitati grazie a questo. Un governatore assoggettato alla politica e una Bankitalia oggetto del “mercato delle vacche” ad ogni cambio di maggioranza: questo sarebbe il peggior lascito dell’epoca Fazio.

Pubblicato sul Gazzettino del 20 dicembre 2005

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