ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Disoccupazione e il welfare insostenibile

Analisi dei dati Istat

Disoccupazione e il welfare insostenibile

Toccata la quota record del 12,5%. La teoria dei “diritti acquisiti”, quindi intoccabili, è la corda alla quale ci stiamo impiccando.

di Davide Giacalone - 01 novembre 2013

I dati sulla disoccupazione fanno paura, ma sono quelli sull’occupazione a dimostrare che siamo sulla strada sbagliata. Non è un gioco di parole, questi sono temi sui quali non si gioca. L’Istat ha ieri documentato che il tasso di disoccupazione è giunto al 12.5%, crescendo dello 0.1 se si prende a riferimento l’agosto 2012, e dell’1.6 su base annua. Ma il problema si capisce meglio se si usano i dati assoluti: gli occupati sono 22 milioni 349 mila. Troppo pochi. Non tanto se paragonati al nostro stesso passato, quanto se raffrontati al tasso di partecipazione al lavoro degli altri europei. 22 milioni di italiani mantengono i restanti 38. Troppo pochi lavorano, troppi pesano sulle loro spalle. Partiamo da qui per capire cosa dovremmo fare e non stiamo facendo.

Il nostro modo di concepire il lavoro discende da un mondo che non esiste più, con il risultato di portarci gradualmente, ma sempre più velocemente fuori dalla realtà. Il tasso di partecipazione al lavoro dei maschi fra i 35 e i 54 anni è del 90%, in linea con la media europea. Quello delle donne fra i 20 e i 64 è solo del 50%, 12 punti in meno della media europea. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro è, da noi, 6 punti sopra la media europea. Per le donne è 4 volte superiore alla media. Ciò significa che, da noi, è troppo vasta l’area di quelli che il lavoro non lo cercano, o lo fanno senza impegno. Troppo grande l’area della sfiducia e della resa.

Sempre secondo i dati Istat i giovani occupati sono appena 2 su 10. Dedurne che la disoccupazione giovanile sia all’80% è un errore, perché in quell’area ci sono gli studenti, e la crescita del numero di quelli che si istruiscono e addestrano è positiva. Il fatto è che diminuiscono i giovani lavoratori sia nella fascia d’età 15-24 che in quella 25-34. Dove li chiamiamo “giovani”, ma in realtà solo adulti non ancora vecchi. Se ci teniamo l’attuale struttura del mondo del lavoro dobbiamo dare per scontato quel che s’insegna circa il rapporto fra crescita della ricchezza e crescita dell’occupazione: se va bene lo sviluppo crea occupazione con 6 mesi di ritardo. E deve andare bene. Considerato, quindi, che il governo si compiace per tassi allo zero virgola, circa la crescita del prodotto interno lordo, e che Saccomanni sembra considerare felice la previsione di una crescita al 2% nel 2017, ne deriva che quella disoccupazione non la riassorbiremo in tempi socialmente tollerabili. Possiamo, comunque mantenerli? Possiamo considerare sostenibile l’aumento del numero dei mantenuti? No, perché il loro costo è incompatibile con lo sviluppo. Siamo in un circolo vizioso.

Possiamo e dobbiamo uscirne, facendo scendere il costo del lavoro, chiamandovi più italiani, pertanto favorendo la crescita della ricchezza, che è il modo migliore per far crescere la domanda di lavoro. Nonché il solo modo per far divenire sostenibile il debito pubblico. Non esistono formule magiche, ma ricette realistiche: i salari sono già bassi, il costo reale del lavoro è già competitivo, si devono far scendere gli oneri fiscali e previdenziali che lo schiacciano. Questi (come dimostra la surreale discussione sul cuneo fiscale) sono oggi considerati incomprimibili perché pagano il mantenimento del welfare sociale e pensionistico. C’è poco da girarci attorno: quel costo deve scendere. Meno garanzie agli occupati per più italiani al lavoro, meno salario futuro per più salario presente.

La teoria dei “diritti acquisiti”, quindi intoccabili, è la corda alla quale ci stiamo impiccando. Sta di fatto che se continuiamo a pagare pensioni senza che vi sia corrispondenza fra l’erogato e il precedentemente incassato qualcuno deve metterci la differenza, che messa in conto ai 22 milioni che lavorano fa diventare troppo costoso il loro lavoro. Bruciando competitività e occupazione. Non mi sfugge quanto sia doloroso impostare un ragionamento di questo tipo, ma temo che a quasi tutti gli altri sfugga quanto dolore provocherà il doversene accorgere quando sarà tardi (e di tempo ne abbiamo perso e perdiamo in abbondanza). Occorrono misure capaci di chiamare altri italiani al lavoro, come già fece il governo socialdemocratico in Germania. E occorre rendere socialmente accettabile la perdita di rendite insostenibili, per la qual cosa è necessario che i primi diritti acquisiti da colpire siano quelli di chi fece le leggi che oggi impiombano le ali della seconda potenza industriale europea. Le pensioni dei parlamentari vanno immediatamente portate in linea con i contributi effettivamente versati. Non è populismo. Serve a far capire che non esistono intoccabili.

Vogliamo evitarlo? Vuol dire che continueremo a sgranare il rosario della disoccupazione, sperando che i nonni non muoiano e continuino a mantenere i nipoti. Poi, in un amen, l’illusione svanisce.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario