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Public Policy

Non solo Eni, Enel e Finmeccanica

Dismissioni e dimissioni

Vendere le partecipazioni pubbliche per diminuire il debito e incentivare investimenti infrastrutturali.

di Davide Giacalone - 22 luglio 2013

Se il governo intende intraprendere (finalmente) la via delle dismissioni patrimoniali non c’è alcun motivo per dovere attendere settembre o l’autunno. Meglio le dismissioni delle dimissioni, non c’è dubbio, purché non siano solo annunciate le prime e solo rimandate le seconde.

Il punto di partenza del ragionamento è universalmente noto: dovendo abbattere il debito pubblico, il cui costo ci strangola (anche a causa di come ha preso a funzionare l’euro), è necessario abbatterlo e non potendolo fare, né oggi né in futuro, lavorando sulle tasse, si deve procedere scambiando patrimonio pubblico con debito. Abbassato il debito e, quindi, il suo costo, la pressione fiscale deve scendere. Su tale tema si è ragionato a lungo e sono già pronti diversi modelli. Resta da stabilire cosa vendere e come venderlo. Non servono lunghe ponderazioni, si deve scegliere. Sui beni immobili si può procedere creando un fondo in cui farli confluire o vendendoli a pezzi (meglio la prima cosa). Sulle partecipazioni si può vendere rivolgendosi direttamente al mercato o passando per una società veicolo (si può decidere a seconda dei casi). Roba come Ferrovie, Poste e Rai (non vedo mai questa azienda, fra le possibili vendite, eppure è la migliore candidata, senza minimamente intaccare né la cultura né il pluralismo) abbisognano solo di regole precise e vigilanza severa, per poi divenire denaro contante. Enel ed Eni sono già partecipazioni che comportano il controllo, in un settore, quello energetico, irrinunciabilmente strategico: cosa intende il ministro Saccomanni quando le annovera fra le possibili vendite? (E cosa intende quando parla di offrirle in garanza collaterale? Si tratta di un passaggio grave, che lascia intendere, o genera, paura per come i mercati valutano il nostro debito). Il vasto mondo delle municipalizzate richiederebbe disboscamento vigoroso e vendite massicce, ma è un tema da cui la politica fugge. Finmeccanica comporta una scelta politica relativa al settore militare. Visto che sono appena stati nominati i nuovi vertici e lecito conoscere il loro mandato? Vendite e scelte politiche vanno di pari passo. Giusto ieri ricordavamo la malaprivatizzazione di Telecom Italia, si può usarla come preclaro esempio di cosa e come non fare.

Quel che, di sicuro, non si deve fare e praticare l’arte falsa delle vendite, restando tutto in mano allo Stato, magari usando la Cassa depositi e prestiti. I cambi d’intestazione sono solo trucchi, che peggiorano le cose. Va bene l’idea di una società delle reti, con Cdp a far da guida, ma mai e poi mai al solo scopo di pompare denaro in bilanci privati squilibrati, come quello di Telecom Italia. Quindi la maggioranza è in mano pubblica e alla società partecipano tutti gli interessati disponibili. Un domani, magari, si venderà pure la maggioranza.

E c’è un impegno da prendere: i soldi che si ricavano vanno per due terzi a diminuire il debito e per un terzo a investimenti che portino modernizzazioni infrastrutturali. Perché questa condizione sia rispettata è necessario intervenire contemporaneamente sul fronte della spessa: va bene vendere la casa di campagna per salvare il bilancio familiare, ma non va bene usare i soldi per continuare a dilapidarli come s’è fatto per finire in rovina. Qui la regola deve essere chiara: il peso economico dello Stato, nelle sue varie articolazioni, deve calare, tendendo a un terzo del prodotto interno lordo. Oggi costa la metà. Da questo punto di vista, dopo il fallimento di Enrico Bondi (successivamente spostato da Mario Monti al coordinamento delle liste elettorali, che figura barbina!), non si sente il bisogno di nuovi commissari. A meno che il governo non intenda commissariare sé stesso, in un suggestivo e inutilissimo gioco degli specchi. Ci sono tagli che vanno operati chirurgicamente, quindi necessitando di competenze e conoscenze assai specifiche, che il commissario può raggiungere dopo un paio di anni, e ci sono tagli che riguardano le funzioni, che comportano scelte politiche non delegabili.

Se il governo intende procedere sono pronto ad alzarmi in piedi per applaudire. Se si tratta di un ennesimo annuncio a scadenza posticipata, la voglia più forte è quella di alzarsi e andarsene. Se su tale materia riescono, come su quasi tutto il resto, anche a litigare e a farci un pezzo del congresso del Pd (oltre a curare l’ornitologia del Pdl), allora si proceda direttamente con i fischi.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario