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La polemica

Disintegrazione di cassa

Ora la chiedono anche i democratici, ma la cassa integrazione è da cassare.

di Davide Giacalone - 03 giugno 2013

L’ipotesi di mettere in cassa integrazione i dipendenti dei partiti politici è rivelatrice. Non solo di quanto certi costi non ce li leviamo dal groppone, come ieri messo in evidenza da Libero, ma di quanto la cassa integrazione sia uno strumento oramai da abbandonare. E’ divenuta disintegrazione di cassa.

Il principio della cassa integrazione è figlio di un sistema produttivo declinante e in via d’estinzione. La particolarità italiana di questo strumento è stata per molto tempo (e a torto) sbandierata quale dimostrazione di apprezzabile socialità, ma era solo disprezzabile perdita di competitività. Si ragionava in questo modo: l’azienda ha dei dipendenti; arriva una crisi congiunturale, passeggera, che giustificherebbe il taglio dei costi, quindi i licenziamenti; ma per evitarli, conservando il posto al lavoratore e la sua esperienza al datore, si attinge a un fondo specifico, regolato da norme proprie; in questo modo il lavoratore non lavora, ma riceve comunque un salario; l’imprenditore non produce, ma ha comunque un lavoratore, che non paga. Non ha mai veramente funzionato, perché è vero che faceva diminuire i disoccupati (quante volte lo rimproverammo al governo Berlusconi, quando osavano sostenere che da noi la disoccupazione era inferiore alla media europea, drogando i dati con la cassa integrazione), ma avvelenava la competitività, allargava il cuneo fiscale e preparava l’era della disoccupazione di massa, quando quel genere di spesa non è più sostenibile e finanziabile. Ci siamo. I rinvii del governo Letta sono palliativi, utili solo a rendere più crudele il tempo a venire.

Questa roba va scardinata, anche perché le sue regole prevedono che il lavoratore in cassa non lavori. Ne fanno un punto dirimente, il cui rispetto è segno di onestà, sia del lavoratore che del datore. Invece è una regola deficiente, per entrambe. Basterebbe un intervento minimale: quando i conti rendono necessario un licenziamento si può passare per un periodo (breve) di decantazione, nel quale l’azienda continua a corrispondere il salario, ma senza versare oneri previdenziali e fiscali, e il lavoratore continua a lavorare. Se poi i conti riprendono a tornare si sanerà il pregresso, altrimenti si passa al licenziamento.

Abbandoniamo i lavoratori al loro destino? No, solo evitiamo di buttare soldi, impoverendo anch’essi. La cassa integrazione, alla fine, è diventa un sostegno sia per il lavoratore che non lavora che per l’imprenditore incapace. Aiuta i peggiori e la si mette in conto ai migliori. Cambiamo approccio: non finanziamento a “quel” posto di lavoro, mantenendolo in vita anche se improduttivo, ma finanziamento a “quel” lavoratore, affinché resti attivo e trovi occupazione utile. Chi sarà in quella condizione potrà frequentare corsi di aggiornamento e perfezionamento, istruirsi per riconvertirsi, o essere chiamato ad altre mansioni. Avrà tutto il diritto di rifiutare, perché la libertà personale non si tocca, ma in quel caso perde il sussidio, perché la disponibilità del contribuente non può essere illimitata. Intanto l’imprenditore potrà uscire dalla crisi o fallire, in ogni caso rischiando del suo e caricandosi oneri e onori. Abbiamo finanziato per lustri imprenditori che campavano di sussidi ed evadevano il fisco, creando tesori all’estero. Non perseveriamo.

I dipendenti dei partiti in crisi di liquidi (dopo avere prosciugato alluvioni) sono rivelatori perché è di tutta evidenza che i loro datori di lavoro non usciranno mai dalla crisi, non riprenderanno il loro ciclo produttivo e non li riassumeranno (semmai proveranno a farli assumere dai compagnucci delle aziende pubbliche e municipalizzate, sempre a spese collettive), e allora, in queste condizioni, a che serve metterli in cassa integrazione? Solo a disintegrare altra cassa. Ringraziamoli, quindi, per avere dimostrato la necessità di cancellare uno strumento inutile e costoso.

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