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Non è il proporzionale a non dare maggioranze

Discutiamo il voto tedesco

I risultati fotografano la crisi europea. Un'analisi con commento di Cisnetto

di Davide Giacalone - 19 settembre 2005

La Germania non farà scuola, ed il gran parlare che si fa della “grosse koalition” mette del tutto fuori strada. Fra il 1966 ed il 1969 la Repubblica Federale Tedesca (quindi non la Germania di oggi) fece fare un passo in avanti alla propria storia. La grande coalizione nasceva da una comunanza di idee fra i cristiano democratici di Kiesinger, che manteneva il cancellierato, ed i socialdemocratici di Brandt. I primi portavano a casa le leggi d’emergenza di cui sentivano il bisogno, i secondi, con la guida della politica estera, e dopo il congresso di Bad Godesberg (dove si cancellò il marxismo), sancivano la piena e totale appartenenza della sinistra tedesca al mondo delle democrazie occidentali, schierandola contro ogni non dico cedimento, ma anche solo simpatia verso i comunisti.

Quel passaggio è mancato alla storia italiana, avendo fallito l’obiettivo anche con la tarda e diversa strada del compromesso storico. Il sistema elettorale tedesco è proporzionale, come lo era il sistema elettorale italiano. In Germania fu normale l’alternanza di destra e sinistra al governo, in Italia fu impossibile. La differenza non sta nei sistemi, ma nella forza comunista che, in Italia, avrebbe reso inaffidabile e pericoloso un governo delle sinistre.

Schroeder e la Merkel, oggi, su cosa mai dovrebbero costruire la loro alleanza? Il loro pareggio fotografa l’indecisione tedesca, dell’elettorato non meno che della classe dirigente, quando si tratta di porre mano a riforme profonde dello Stato sociale. Un Paese ricco stenta ad abbandonare le proprie sicurezze, anche se sa che i conti non tornano più. Una grande coalizione, oggi, dovrebbe basarsi sul disvelamento delle ipocrisie elettorali, mettendo mano ad una rivoluzione interna. Come dire che la debolezza risolverà quel che la forza non è stata capace di affrontare. Difficile da credersi.

Per questo il caso tedesco non farà scuola, nel senso che resterà una riuscita fotografia della crisi europea. C’è un rammarico, uno solo. A contare i voti si scopre che, in realtà, non è affatto vero che i due schieramenti hanno pareggiato. Se si ragionasse “in Italiano”, le sinistre potrebbero cantare vittoria, disponendo di già di una maggioranza composta da socialdemocratici, verdi e uomini del Linkspartei, dove si trova Oskar Lafontaine. Ma Schroeder esclude di volerli utilizzare, quei seggi, esclude di riaprire il dialogo con il suo ex leader di partito. Quel che i socialdemocratici perdono è assai meno di quel che il Linkspartei guadagna, e ciò significa che il cancelliere ha ben lavorato sui voti di centro, e questo lo spinge a parlare, oggi, più con la Merkel che con Lafontaine.

Ecco, che la nostra sinistra, invece, sia ancora ferma al “tutti uniti contro il nemico”, che tenga ancora dentro dei saltapicchi con cappuccio pluricromatico intenzionati ad aver voti nelle primarie, senza che nessuno dica loro che con il preservativo in testa si ha una posizione conseguente, beh, questo dispiace.

Un’ultima cosa: quelli che oggi, risultati alla mano, criticano il proporzionalismo del sistema elettorale tedesco, provino a domandarsi a quale livello di guerra civile si troverebbe, se vi fosse un sistema (bello) come quello inglese, un Paese prima dilaniato dalla guerra fredda e, poi, appena ricongiunto.


Pubblichiamo di seguito il commento all'articolo del Presidente di Società Aperta, Enrico Cisnetto

Aggiungerei solo alcune piccole note. La prima: quello che tu giudichi improbabile, cioè la grosse koalition dopo la caduta delle ipocrisie elettorali, è comunque quello che ci vuole. E non ci sono alternative. La seconda: il voto mi sembra assimilabile all’esito del referendum francese, a tener banco è la paura del futuro. La terza: se così è, vuol dire che comincia a perdere (o a non vincere) non solo chi sta al governo, ma anche chi è all’opposizione. I primi hanno suscitato aspettative che vanno deluse, i secondi non hanno sufficiente credibilità. La quarta: la risposta non può che essere un’accelerazione fortissima del processo di integrazione europea (Eurolandia, non i 25). Vuoi perché ci vogliono dimensioni più grandi per fronteggiare l’Asia, vuoi perché quello che le classi dirigenti nazionali non hanno il coraggio di dire e fare potrebbe essere più facile ottenerlo a Bruxelles. La quinta: la paura, elettoralmente parlando, produce o fughe estremistiche (populismo di sinistra e local-protezionismo di destra) o voglia di centro. E quest’ultima viene mortificata a favore delle prime se il sistema politico è di tipo maggioritario-bipolare, perché spacca il centro in due e lo rende minoritario. Dunque la grosse koalition va intesa come riunificazione del centro. La sesta: spero nel pareggio anche in Italia, altrimenti i tempi di un processo comunque inevitabile saranno più lunghi e di conseguenza maggiore sarà il declino del Paese.

Enrico Cisnetto


Pubblichiamo di seguito il commento dell'autore dell'articolo alle osservazioni di Enrico Cisnetto

La pensiamo allo stesso modo. Ma non ho giudicato "improbabile" la grosse, ho solo scritto che non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con l'edizione del '66.
Il centro politico ha votato più spd che cdu, ed ha sottratto voti alla cdu in favore di fdp. La coalizione d'emergenza nazionale, o la si chiami come si vuole, è nelle cose. A meno che non tornino a votare.
Se si fosse votato all'italiana il cancelliere avrebbe la maggioranza sicura, ma non potrebbe governare, perché quelli della Lega (link) sarebbero insopportabilmente condizionanti.

Davide Giacalone

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