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Governo chiacchierone

Dire e disfare

L'Italia avrebbe bisogno di riforme condivise ed incisive. Letta e Saccomanni invece si fermano agli annunci

di Davide Giacalone - 25 novembre 2013

Enrico Letta dice “basta tasse”, nel mentre le aumenta. Fabrizio Saccomanni dice che la legge di stabilità non è stata bocciata, nel mentre va a dire alla Commissione che l’abbiamo già cambiata. Letta aggiunge che “alla fine” sarà equilibrata, così confermando che la cambieremo ancora. Saccomanni, dopo avere detto che non la cambieremo, sostiene che la ripresa è in atto, mentre il prodotto interno continua a scendere. Letta parla contro gli ayatollah del rigore, ma pratica il fondamentalismo fiscale. Saccomanni basa i calcoli su un 2014 con la crescita all’1.2%, che sarebbe ancora poco, se non fosse il doppio di quel che è prevedibile. Letta ci mette la ciliegina: se continuiamo ad aumentare la pressione fiscale (ovvero quel che stanno facendo) Grillo andrà al 51%. Quello sarà un problema suo, e se lo meriterebbe anche, assieme a una coalizione ove di largo c’è solo l’incapacità, ma il problema collettivo è che frugando ancora nelle tasche dei cittadini e delle imprese si soffoca l’Italia che produce e compete, stringendo i denti. Siamo noi tutti a non meritarci né questo modo di governare né che l’alternativa siano le scempiaggini ortottere.

Il ministro dell’economia sostiene che i conti italiani vanno valutati anche alla luce delle privatizzazioni annunciate. A parte che quelle sono “vendite” e non “privatizzazioni”, ciò conferma la cattiva impressione che avevamo subito avuto: il fatto che solo il 50% sia destinato ad abbattere il debito vuol dire che si sta usando il patrimonio per sostenere la cassa. E questa è la cosa peggiore che si possa immaginare. Se volete vedere quel che succede così procedendo, guardate verso Genova: prima si privatizza l’Amt; poi ci si rimangia l’operazione; quindi si vorrebbe riprivatizzare vendendo alle Ferrovie dello Stato, che non sono private; infine si prova a riportare l’ordine usando i quattrini della spesa pubblica. In questo modo ci si assicura un dissesto sempre più grande, quindi un futuro disordine indomabile. Insipienza & incoscienza.

Non è che ci provi gusto a criticare l’operato del governo, perché l’Italia avrebbe bisogno del contrario, ovvero di un operare condiviso e incisivo. Il punto è che mi sfugge in che consista l’operato, dato che vedo solo incontinenza oratoria. Prendiamo, ad esempio, quel che, in questa settimana, ha fatto il governo tedesco. A fronte di un blando richiamo della Commissione europea, relativo al surplus commerciale, Angel Merkel ha risposto a muso duro: a diminuire le esportazioni non ci pensiamo nemmeno. Ha ragione. Peccato che nessuno glielo aveva chiesto e che se qualcuno glielo chiedesse sarebbe da ricoverare. Ma siccome era quello che andava correndo, fremendo le carni d’Europa di un brivido anti-germanico, ella è stata lesta ad approfittarne. Al tempo stesso, però, costruendo la grande coalizione con i socialdemocratici, annuncia maggiori garanzie e soldi per lavoratori e disoccupati. Quindi agisce nel senso di aumentare la domanda interna. Brava. Sia nel merito che nel metodo, perché così facendo stoppa i futuri alleati, che avevano in animo un’apertura sugli eurobond. Quest’ultima cosa la trovo nociva, il che non m’impedisce di lodare l’abilità con cui difende gli interessi che ritiene essere della Germania.

Noi abbiamo notevoli punti di forza, che qui siamo andati enumerando e che non ripeto. Li abbiamo nei numeri della nostra economia, grazie a imprese e lavoratori che hanno saputo far crescere (dal 2011) le nostre esportazioni più di quelle tedesche. Li abbiamo grazie al lungo ed enorme avanzo primario. Li abbiamo nei soldoni con i quali finanziamo le istituzioni europee e gli aiuti a chi è in difficoltà. Ma abbiamo una terribile debolezza: un equilibrio governativo che ha come principale obiettivo quello di reggere sé stesso, posponendo ogni cosa a questo cieco obiettivo. Un discutere d’economia che si basa sull’enormità delle menzogne dette, in palese e grottesca negazione della realtà. Il tutto basato sul seguente assunto: se non si facesse così si dissolverebbe il governo e andremmo verso la rovina. A me resta l’impressione che verso la rovina ci si vada evitando di governare, per riuscire a restare dove ci si trova.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario