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Public Policy

Un'agenda mai sfogliata

Dilapidazione digitale

Digitalizzare l’Italia non significa cinguettare su Twitter, ma traslocare i servizi pubblici e l’interazione fra il cittadino e l’amministrazione. Ma si riparte sempre da zero, perché in gioco ci sono tanti quattrini

di Davide Giacalone - 08 gennaio 2013

La pubblica amministrazione digitale fa passi indietro anziché andare avanti. Molti se ne riempiono la bocca, ma la faccenda somiglia alla dannazione di Sisifo, ripartendo sempre da zero. Anzi, peggio di zero, perché aumenta il caos. A condannarci non è Zeus, ma l’approssimazione di molti e la viscosità delle resistenze burocratiche. Dietro le quali si celano questioni di potere e di quattrini.

Digitalizzare l’Italia non significa cinguettare su Twitter, ma traslocare i servizi pubblici e l’interazione fra il cittadino e l’amministrazione. Ciò deve servire a tre cose: a. rendere più facile e immediato il rapporto; b. diminuire i costi di gestione; c. far da volano al mercato, perché l’offerta pubblica agevola l’abitudine all’uso di quei mezzi (plurale, perché ciascuno può scegliere il terminale che preferisce). Tre le condizioni affinché questo avvenga: 1. che il cittadino abbia un’unica identità digitale, finendola con l’assurdo di dovere conservare password (quindi identità) diverse a seconda di quale amministrazione interloquisce; 2. che possa operare on line, e non solo avere accesso a informazioni, spesso inutili e scritte in un linguaggio da incubo burocratico; 3. che tutte le banche dati pubbliche siano interoperabili, accessibili allo stesso modo (nel campo della giustizia, ad esempio, non solo non avviene, ma si usano sistemi informatici incompatibili fra di loro). Da tutto questo siamo lontani.

La rivoluzione passa da un principio: il proprietario della mia identità sono io. Invece l’Agenzia delle entrate è convinta di essere proprietaria dei miei dati fiscali, l’anagrafe dei miei certificati, la sanità delle mie cartelle cliniche, e così via. Non solo mi sequestrano quel che mi appartiene, ma neanche riescono a gestirlo decentemente, sicché se mi ricovero dove non ho fatto le analisi non sanno nulla di me. Dietro questo dispotismo burocratico si nasconde un problema economico: ciascuna amministrazione spende a piacimento e per i fatti propri, spesso duplicando (che dico? moltiplicando) le spese. Una pacchia, per amministratori e fornitori di ferraglia informatica. Un inferno, per cittadini e contribuenti.

Negli anni scorsi erano stati messi a punto tre prodotti, che consideravo assai promettenti: Vivifacile (portale unico d’accesso alla pubblica amministrazione, quindi con una sola identificazione); Scuolamia (servizio di rapporto scuola-famiglia, che si sarebbe dovuto evolvere in didattica digitale); Reti Amiche (esternalizzazione della burocrazia, utilizzando reti private e diffuse, dai tabaccai alle banche). Avevano un difetto: erano troppo poco e contenevano troppo poco. Che fine hanno fatto? Azzerati, distrutti. Forse anche colpevoli di costare troppo poco o non costare affatto.

Il governo Monti ha voluto creare, per decreto, l’Agenzia digitale, incaricata di dare attuazione all’Agenda digitale. E’ stata istituita a giugno e a fine luglio ci sarebbe dovuto già essere un direttore operativo, siamo all’inizio di gennaio e ancora non c’è. E’ stato nominato, ma non è in funzione. Arriverà quando non ci sarà più il governo che lo ha nominato, un capolavoro. Il mostro burocratico vince.

Stefano Parisi, presidente di Confindustria digitale, avverte la necessità che i numerosi decreti attuativi (dell’Agenda) siano varati entro la fine della legislatura. Ha ragione, ma è illusorio supporre che siano solo adempimenti formali, perché da quelli dipende il potere, sia di spesa che di gestione, di amministrazioni assai potenti, per lo più radicate presso il ministero dell’Economia. Quelle stesse che mettono a punto i redditometri cervellotici e retroattivi. Per capirsi. Il che mi fa temere l’aborto.

L’amministrazione digitale non nascerà mai se non sarà: centralizzata, meno costosa e con meno personale. Non funzionerà se non saprà esternalizzare. Dovrà servire a tagliare la spesa pubblica, mentre oggi la usano per farla crescere. Il problema non è nei quattrini che mancano, ma in quelli che ci sono e in come li si utilizza. Il problema è che anche la spesa informatica è utilizzata per far crescere il mostro, mentre dovrebbe servire ad abbatterlo. Avete mai visto un’azienda che si digitalizza per avere più alti costi di gestione, più personale e più strutture interne da coordinare? Lo Stato ci riesce.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario