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Gli italiani sono già laici quanto basta

Dico, regolamentazione illiberale

La vita a due può essere materia governativa? Anche nel contenuto il ddl è assurdo

di Davide Giacalone - 14 febbraio 2007

Almeno è divertente, l’accapigliarsi sui Dico, specie a San Valentino. Da una parte c’è una folta rappresentanza di plurisposati e multifiglianti itineranti che si disperano per una legge che distruggerebbe la sacralità del matrimonio e la sua promessa d’eterna durata. Loro hanno già provveduto in proprio. Dall’altra c’è una coda di mesti aspiranti al bacio della pantofola, cui la sorte ha riservato lo scherzo di dover difendere l’erotismo senza procreazione. I primi difendono quel che hanno perso, i secondi quel che farebbero bene a sperimentare. Siccome, all’evidenza, nessuno fa la parte che gli compete, ne è venuto fuori un pateracchio. Intanto non si capisce perché debba esserci un ddl, quindi una proposta del governo, invece di un’iniziativa parlamentare, sebbene della maggioranza. Da quando la vita di coppia è materia governativa? Ma questo è un dettaglio tecnico, il peggio sta nel contenuto e già ne ho scritto. In sintesi: anziché regolare i rapporti fra le coppie di fatto e l’esterno ci si è messi a regolare i rapporti interni alle coppie. Un’illiberale sciocchezza.

Con ogni probabilità quella roba vivrà solo nei dibattiti politici e non diventerà legge. Non ne sentiremo la mancanza, così come non la sentono gli italiani che, nel frattempo, come c’informano i dati dell’Istat, si sposano sempre di meno, fra quanti si sposano cala la percentuale di quelli che lo fanno in chiesa, aumentano le convivenze, quindi le coppie di fatto, e la percentuale di bambini (giustamente tutelati dalla legge) nati fuori dal matrimonio sale al 15 per cento. In altre parole: gli italiani sono già laici e già ritengono di poter decidere liberamente della propria vita senza attendere che il pateracchio sbarchi sulla Gazzetta Ufficiale. Questo dato di fatto può essere osservato con soddisfazione o con preoccupazione, può dar luogo a riflessioni politiche, economiche, etiche o religiose, ma rimane un fatto e gli unici a non volerlo considerare tale sono i legislatori. Fra i quali i primi, per tornare alla bipartizione descritta all’inizio, conoscono e praticano il fatto, ma lo negano in principio, i secondi lo sentono estraneo e negativo, ma ne decantano in principio il valore libertario. Se Dante li avesse visti all’opera, l’inferno avrebbe avuto un’ulteriore anticamera dopo gli ignavi.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero del 14 febbraio 2007

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario