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La geografia della nuova UE

Diamo un “drizzone” all’Europa

Bisogna andare verso un’idea comunitaria intesa come superpotenza in un mondo multipolare

di Antonio Gesualdi - 19 giugno 2008

Diamo un “drizzone” all’Europa. Lo ha detto il Presidente del Consiglio, Berlusconi, ma lo ripetono in tanti da oltre un decennio. Così non va, è certo. Le critiche, tra l’altro, sono sempre le stesse: gli organi di governo dell’Unione non rappresentano i cittadini. Non vi è, come conseguenza, nessuna politica di difesa, meno che meno nessuna capacità diplomatica e neppure programmatica. L’Unione Europea si limita a vietare e controllare alcuni aspetti di mercato comune. Di fatto è la risultante di un progetto, mai più rivisitato, dell’idea “comunitaria” dei cattolici democristiani europei; Schuman, Adenauer e De Gasperi. Un’idea comunitaria finita per essere intesa solo in versione economicistica.

L’Unione europea non ha prodotto nessun accordo e meno che meno promosso politiche coordinate con i paesi del mediterraneo afroasiatico dal quale arrivano milioni di immigrati. Le trattative sono spinte, per necessità, da Spagna, Francia e Italia: ma ognuno per sé. L’Europa non ha un piano di politica energetica. Le trattative con la Russia le fanno i singoli paesi, Germania in testa. Insomma non esiste l’Unione Europa se non come progetto. Dopo le bocciature - a vario titolo - dei francesi, olandesi e irlandesi e dopo la decisione dell’Inghilterra di non aderire all’euro non si può continuare a fingere. L’idea di Europa - come ci ha insegnato uno Chabod - è, appunto, un’idea. In quanto tale deve essere elaborata secondo le necessità delle popolazioni che la compongono o dovrebbero comporla.

Se il risultato al quale siamo giunti è quello, detto da Berlusconi, di "continue esternazioni" di vari commissari europei che "danno davvero un gran da fare a tutti i ministri di tutti gli stati", allora è meglio chiudere baracca e burattini. Se, al contrario, crediamo che quanto fatto finora non debba andare distrutto, allora bisogna cominciare a concepire l’Europa non più come “terza via”, come è stato dopo la seconda guerra mondiale. Ma un’Europa come superpotenza in un mondo multipolare. L’Europa occidentale degli anni cinquanta faceva parte - di fatto - dell’impero americano. L’Europa dell’est era parte integrante dell’Unione Sovietica. Vi era, appunto, un’idea di Europa (comunitaria!) che esprimeva un ideale politico di sistema mondiale. Oggi gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza del mondo. Non esiste più l’Unione Sovietica. La Cina e l’India sono entrate nel mercato mondiale.

Che senso avrebbe continuare ad avere come ideale un’Europa comunitaria da “terza via”? Oggi l’Europa - e qui ha ragione Berlusconi e sbagliano i leghisti - è una vera superpotenza economico-finanziaria. E’ nel cuore del mondo: vicina alle risorse energetiche, al mondo arabo, alla Russia. Insomma il Berlusconi che dice: quando c’ero io, con Aznar e Blair le cose non andavano così male per l’Europa. Forse vuole dire che le pacche sulle spalle di Bush valgono tanto quanto quelle sulle spalle di Putin. L’Europa, insomma, è anche nella geografia. E oggi, più che mai, in questa geografia politica c’è anche la Russia. Tutto il resto è nient’altro che il trascinamento della “vecchia” (ma grande e straordinaria) idea di Europa comunitaria. Idea - badate bene - che superava in un colpo solo comunismo e nazifascismo.

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