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Public Policy

"Que sera, sera - Whatever will be, will be”

Diamo spazio alle riforme

Il compito del governo non è il leopardiano “consolar dell’esser nato”. È ora di agire

di Davide Giacalone - 18 maggio 2009

A fine mese si terrà l’assemblea della Banca d’Italia, con le consuete considerazioni finali del governatore. Spero si possa giungervi e commentarle senza straziarci nell’inutile bisticcio fra ottimisti e pessimisti, entrambe supponendo d’essere gli unici realisti. I dati della recessione sono evidenti, superando anche le nostre previsioni che, quando le scrivemmo, sembravano esagerate. Il compito del governo, del resto, non è il leopardiano “consolar dell’esser nato”, annunciando ripetutamente che da qui in poi andrà meglio.

Anche perché il cambio di passo, l’esplodere dei debiti pubblici altrui, il crescere dei tassi pagati per alimentarli o, di contro, la scarsa disponibilità dei mercati ad acquistarne i titoli, potrebbe essere assai doloroso. Nel primo caso salirà l’inflazione, nel secondo le tasse.

La politica, come anche gli economisti ragionanti, si concentri su quel che è necessario fare, partendo dalla realtà data. Nel corso di quest’anno la pressione fiscale potrebbe aumentare, giungendo al 43,5% del prodotto interno. Ciò non perché aumenteranno le tasse, ma perché diminuirà la ricchezza ed il fisco lo registrerà in ritardo. Contemporaneamente la spesa pubblica crescerà, passando da poco meno della metà a poco più del 52% del prodotto interno. Lo Stato, quindi, prenderà proporzionalmente più soldi dalle tasche dei cittadini e occuperà per più della metà il mercato. Siamo un Paese socialista. In queste condizioni prenderemo in ritardo, e male, il treno della ripresa, perché i nostri produttori sono svantaggiati rispetto ai concorrenti.

La nostra spesa pubblica non alimenta la competitività, ma la ripetitività del sempre uguale. Di un sistema, quindi, che da venti anni ci fa perdere quote di mercato. Avremmo bisogno di ristrutturare l’impalcatura istituzionale, per evitare che sia un freno allo sviluppo (piano casa docet), di rivoluzionare la scuola e far rinascere la giustizia, di ribaltare la spesa sanitaria ed aggredire quella pensionistica.

Tutto questo non per sadismo sociale, ma per riuscire a fare i conti con il futuro senza vivere nell’incubo di non avere chiuso quelli con il passato. Invece siamo qui, come tante bionde Doris Day cantanti: “Que sera, sera - Whatever will be, will be”. Chi vedendo in rosa, chi in nero, ma tutti ad occhi chiusi.

Pubblicato da Libero di domenica 17 maggio 2009

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario